Estate 2017

                                               

La stola e il grembiule

Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente, e l’accostamento della stola con il grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio. Sì, perché, di solito, la stola richiama l’armadio della sacrestia, dove, con tutti gli altri paramenti profumata d’incenso, fa bella mostra di sé con la sua seta e i suoi colori, con i suoi simboli e i suoi ricami. Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della massaia. Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo. Il quale Vangelo, per la Messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali, parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale. La cosa più importante, comunque, non è introdurre il grembiule nell’armadio dei paramenti, ma comprendere che la stola e il grembiule sono quasi il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio; il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo.

«Si alzò da tavola»: l’Eucarestia non sopporta la sedentarietà. Non tollera la siesta, non permette l’assopimento della digestione. Ci obbliga ad un certo punto ad abbandonare la mensa, ci sollecita all’azione, ci spinge a lasciare le nostre cadenze troppo residenziali per farci investire in gestualità dinamiche missionarie il fuoco che abbiamo ricevuto. Ma «Si alzò da tavola» significa un’altra cosa molto importante. Significa che gli altri due verbi «depose le vesti» e «si cinse i fianchi con l’asciugatoio» hanno valenza di salvezza solo se partono dall’Eucaristia. Se prima non si è stati a tavola, anche il servizio più generoso reso ai fratelli rischia l’ambiguità, nasce all’insegna del sospetto, degenera nella facile demagogia, e si sfilaccia nel filantropismo faccendiero, che ha poco o nulla a che spartire con la Carità di Gesù Cristo.

Ed eccoci all’immagine che mi piace intitolare «la Chiesa del Grembiule». Sembra un’immagine un tantino audace, discinta, provocante. Una fotografia leggermente scollacciata di Chiesa. Di quelle che non si espongono nelle vetrine per non far mormorare la gente e per evitare commenti pettegoli, ma che tutt’al più si confinano in un album di famiglia, a disposizione di pochi intimi, magari delle signore che prendono il tè con le quali soltanto è permesso sorridere su certe leggerezze d’abbigliamento o su certe pose scattate in momenti d’abbandono. «La Chiesa del Grembiule» non totalizza indici altissimi di consenso. Nell’hit-parade delle preferenze il ritratto meglio riuscito di Chiesa sembra essere quello che la rappresenta con il Lezionario tra le mani o con la casula addosso. Ma con quel cencio ai fianchi, quel catino nella destra e la brocca nella sinistra, viene fuori un’immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca. Occorre riprendere la strada del servizio che è la strada della condiscendenza, della condivisione, del coinvolgimento in presa diretta nella vita dei poveri. E’ una strada difficile perché attraversa le tentazioni della delega: stipendiare lavapiedi perché ci evitino la scomodità di certi umili servizi. Però è l’unica strada che ci porta alle sorgenti della nostra regalità. L’unica porta che ci introduce nella casa della credibilità perduta è la porta del servizio. Solo se avremo servito potremo parlare e saremo creduti.

                                                                                                     Don Tonino Bello 

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