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Beato Tito Brandsma: 75 anni fa veniva ucciso a Dachau

26 luglio 2017 - 4:50pm
E’ stato in un campo di concentramento, “marchio infamante” del secolo scorso, che “Dio ha trovato Tito Brandsma degno di sé”. Con queste parole San Giovanni Paolo II nel novembre 1985 beatificava in San Pietro Tito Brandsma, carmelitano olandese morto a Dachau, in Germania, il 26 luglio 1945, esattamente 75 anni fa . Nell’anniversario, una Messa di suffragio sarà presieduta domani pomeriggio da mons. Antonius Lambertus Maria Hurkmans, vescovo emerito di ‘s-Hertogenbosch, nella Chiesa parrocchiale di Santa Maria in Traspontina, a Roma. Un martire della fede è Tito Brandsma per tutta la Chiesa, come sottolinea il padre carmelitano Bruno Secondin , professore emerito di spiritualità e storia della spiritualità moderna alla Pontificia Università Gregoriana: di fronte all’ideologia nazista, evidenzia, a caratterizzare la sua figura furono “la difesa dei principi cristiani evangelici” e “l’atteggiamento di misericordia, di perdono, di comprensione degli sbagli” di coloro che lo perseguitavano , “senza portare dentro di sé mai nessun odio , mai nessun atteggiamento” di rivalsa. Nato nel 1881, a 17 anni Tito entrò nell'ordine carmelitano, fu poi professore e magnifico rettore dell’ Università Cattolica di Nimega , profondo studioso di filosofia e di storia della mistica, ma anche giornalista e sacerdote interessato al dialogo ecumenico e al rispetto del Creato . Più volte entrò in conflitto col regime nazista: come assistente ecclesiastico dell’Unione dei giornalisti cattolici, fu arrestato nella missione svolta a nome dell’episcopato cattolico, che rifiutava di accettare l’imposizione degli ordini razzisti e antisemiti alla stampa cattolica, abbastanza forte in Olanda, nonostante la grande maggioranza della popolazione fosse protestante. Venne successivamente deportato nel lager di Dachau. Negli ultimi istanti di vita, regalò un semplice rosario all’infermiera che gli praticò l’iniezione di acido fenico all’origine della sua morte . Anni dopo, la testimonianza della donna fu decisiva nel processo di Beatificazione, perché mise in luce come la misericordia per Tito avesse significato, anche nella tragedia della prigionia, rimanere “vicino a tutti gli altri, condividere la sofferenza, ispirare pensieri di perdono, di pace” e, conclude padre Secondin, “accogliere e consolare quelli che erano trattati ancora peggio di lui, come gli zingari, i russi, gli ucraini”. Ascolta e scarica il podcast dell’intervista a padre Bruno Secondin: (Da Radio Vaticana)...
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Santa Sede: solo il dialogo può portare pace in Medio Oriente

26 luglio 2017 - 3:02pm
di Amedeo Lomonaco Il processo di pace israelo-palestinese non può essere escluso dalle priorità della comunità internazionale . È questo uno dei punti fermi indicati da mons. Simon Kassas, incaricato d’affari presso la Missione dell’Osservatore permanente della Santa Sede all’Onu. Intervenendo ieri a New York al dibattito promosso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed incentrato sulla situazione in Medio Oriente e sulla questione palestinese, mons. Kassas ha ricordato che la Santa Sede ribadisce il suo fermo sostegno per la soluzione di due Stati . L’auspicio è dunque quello di un nuovo assetto geopolitico che preveda lo Stato di Israele affiancato da quello palestinese in una cornice di pace e all'interno di confini riconosciuti a livello internazionale .   La soluzione sia negoziata Per garantire sicurezza e prosperità nella prospettiva di una coesistenza pacifica - ha aggiunto mons. Kassas - non esiste alternativa ad un accordo negoziato che porti ad una soluzione concordata reciprocamente . La strada da seguire – ha aggiunto - è quella di trattative dirette tra israeliani e palestinesi, con il sostegno della comunità internazionale . Affinché questo processo possa essere completato con successo, israeliani e palestinesi devono compiere passi rilevanti per ridurre tensioni e violenze. Entrambe le parti devono astenersi da azioni, compresa quella degli insediamenti, che possano contraddire l’impegno per una soluzione negoziata.   Non fazioni, ma un fronte unito palestinese Mons. Kassas ha poi ricordato la visita in Vaticano, nel 2014, del Presidente israeliano, Shimon Peres, e di quello palestinese Mahmoud Abbas. Nell’ambito di tali incontri, Papa Francesco ha esortato a pregare e a promuovere la cultura del dialogo, in modo che alle nuove generazioni si possa lasciare in eredità “una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione”. La soluzione a due Stati richiede anche che tutte le fazioni palestinesi mostrino una volontà politica unitaria lavorando insieme . Un fronte unito palestinese - ha osservato mons. Kassas - sarebbe fondamentale per la prosperità economica , la coesione sociale e la stabilità politica di uno Stato di Palestina.   La questione di Gerusalemme Non si deve anche dimenticare Gerusalemme, una città sacra agli ebrei, ai cristiani e ai musulmani. Lo status quo dei siti sacri è una questione di profonda sensibilità. La Santa Sede – ha detto mons. Kassas - conferma la sua posizione in linea con la comunità internazionale e rinnova il proprio sostegno per una soluzione completa, giusta e duratura relativamente alla questione della città di Gerusalemme. Mons. Kassas ha inoltre ribadito l'importanza di uno status speciale per Gerusalemme, che sia garantito a livello internazionale al fine di assicurare libertà di religione e di coscienza . Si deve anche garantire l'accesso sicuro e libero ai luoghi sacri ai fedeli di tutte le religioni e le nazionalità . Papa Francesco domenica scorsa, al termine dell’Angelus, ha rivolto un appello per il Medio Oriente, ricordando “le gravi tensioni e le violenze di questi giorni a Gerusalemme”.  “Sento il bisogno – ha affermato il Santo Padre - di esprimere un accorato appello alla moderazione e al dialogo”.   Impegno e soluzioni politiche per il Medio Oriente Mons. Kassas si è poi soffermato sulla situazione in varie regioni del Medio Oriente. La Santa Sede – ha detto – esprime il proprio dolore per i drammi provocati da guerre e da conflitti in diversi Paesi, in particolare in Siria, nello Yemen e nella parte settentrionale dell'Iraq. In queste aree, la drammatica situazione umanitaria richiede un rinnovato impegno da parte di tutti per arrivare ad una soluzione politica . Papa Francesco - ha aggiunto - apprezza profondamente gli sforzi instancabili di coloro che cercano di trovare una soluzione politica del conflitto in Siria . Il Pontefice incoraggia tutti gli attori a lavorare per un processo politico siriano che conduca ad una transizione pacifica e inclusiva, basata sui principi del comunicato di Ginevra del 30 giugno del 2012. Un accordo pacifico concordato dai partiti siriani – ha sottolineato mons. Kassas - riporterà stabilità al Paese, consentirà il ritorno sicuro dei rifugiati e degli sfollati, promuoverà una pace durevole e la riconciliazione. Si favorirà così un contesto necessario per efficaci sforzi contro il terrorismo preservando la sovranità, l'indipendenza, l'unità e l'integrità territoriale dello Stato siriano . Non si dimentichino le comunità cristiane Riferendosi sempre al Medio Oriente, mons. Kassas ha ricordato infine che le comunità cristiane abitano da oltre duemila anni in quella regione convivendo pacificamente con le altre comunità. La Santa Sede - ha concluso - invita la Comunità internazionale a non dimenticarle e ritiene che lo stato di diritto, compreso il rispetto della libertà religiosa, sia fondamentale per il conseguimento e il mantenimento della convivenza pacifica .    (Da Radio Vaticana)...
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In Russia una delegazione del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani - San Nicola e l’ecumenismo del popolo

26 luglio 2017 - 2:40pm
«L’ecumenismo dei santi è una bellissima opportunità per il dialogo tra le Chiese»: il cardinale Kurt Koch, in partenza nel primo pomeriggio di mercoledì 26 luglio per San Pietroburgo, ha commentato così l’accoglienza ricevuta nella Federazione russa dalle reliquie di san Nicola, venerate da oltre due milioni e mezzo di fedeli. «È stato — ha detto all’Osservatore Romano — un grande avvenimento ecumenico. Molto importante perché la venerazione delle reliquie può aiutare a coinvolgere i fedeli nell’impegno per il dialogo. Infatti è bello che i capi delle Chiese si incontrino, ma è molto importante che lo faccia anche il popolo dei credenti». Il presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani guida la delegazione che, nel primo pomeriggio di venerdì 28 luglio, con un volo in partenza da San Pietroburgo, riporterà a Bari la reliquia del santo vescovo di Myra. Con il porporato hanno viaggiato, tra gli altri, l’arcivescovo di Bari-Bitonto, monsignor Francesco Cacucci, il rettore della basilica di San Nicola, padre Ciro Capotosto, e una rappresentanza del Patriarcato di Mosca. Ad attenderli in Russia c’era il vescovo Nazarij di Kronstadt, superiore della lavra Aleksandr-Nevskij che accoglie gli ospiti in questi giorni di permanenza nella Federazione russa. Nicola è uno dei santi più venerati al mondo, riconosciuto dai fedeli di differenti Chiese e confessioni cristiane come difensore dei deboli e dei perseguitati, protettore delle fanciulle, dei marinai, dei bambini. La sostanziale universalità del suo culto, che ha ovunque alimentato ricchissime tradizioni popolari, ne fanno un vero e proprio «ponte tra Oriente e Occidente». Lo sottolinea il domenicano Hyacinthe Destivelle, officiale del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, anche lui nella delegazione partita da Roma. «È molto bello simbolicamente — afferma — che questa traslazione della reliquia sia stata fatta dopo l’incontro di Cuba tra Papa Francesco e il patriarca Cirillo nel 2016, come segno di amicizia, per affidare alla preghiera di san Nicola l’avvicinamento tra le nostre Chiese». È un ponte di dialogo, preghiera e fratellanza. «La straordinaria affluenza di fedeli a Mosca e a San Pietroburgo — spiega Destivelle — non stupisce. San Nicola è molto legato alla storia russa. Un terzo delle chiese è sotto il suo patrocinio e in tutte le abitazioni c’è una sua icona davanti alla quale si chiede protezione per la famiglia». Del resto, spiega il domenicano, «Nicola non è considerato solo il protettore dei marinai, ma colui che viene in soccorso in tutte le decisioni concrete della vita di tutti i giorni. È il santo che indica il buon cammino». La dimensione ecumenica di questo viaggio, è stata sottolineata anche dall’arcivescovo Cacucci che, commentando le file chilometriche e le attese di ore registrate sia a Mosca sia a San Pietroburgo dal 21 maggio a oggi, ha evidenziato come si sia assistito a un significativo «ecumenismo di popolo»: dimostra, ha detto, che «il popolo di Dio vive l’unità». Del resto, ha aggiunto il presule, lo stesso Patriarca Cirillo, nel discorso pronunciato accogliendo la reliquia, ha tenuto «un intervento aperto all’unità dei cristiani». Un dialogo intenso che si alimenterà anche nei prossimi giorni. Nella serata di giovedì 27 il cardinale Koch, dopo aver visitato le principali chiese di San Pietroburgo e celebrato la messa nella basilica cattolica di Santa Caterina, incontrerà il metropolita Ilarione di Volokolamsk, presidente del dipartimento delle relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato. Il giorno successivo ci sarà l’incontro della delegazione con il patriarca Cirillo. Insieme, cattolici e ortodossi, pregheranno con la recita del Moleben presso le reliquie di san Nicola, prima del ritorno in Italia nel pomeriggio. L’arrivo all’aeroporto di Bari è previsto per le 19. Di lì l’immediato trasferimento alla basilica dove si svolgerà la solenne processione con la recita dei vespri e la deposizione della reliquia nella tomba del santo, alla presenza di un notaio chiamato a redigere l’atto formale che registrerà, per la storia, il “ritorno di san Nicola” a Bari....
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Dal 2 al 5 agosto il convegno italiano dei diaconi permanenti- Volto di una Chiesa che accoglie

26 luglio 2017 - 12:58pm
  In Italia sono oltre quattromila e non sembrano conoscere crisi vocazionale. Sono i diaconi permanenti che ai primi di agosto — dal 2 al 5 — si ritroveranno a Cefalù per il loro convegno nazionale sul tema «Diaconi educati all’accoglienza e al servizio dei malati». Al centro dei lavori, dunque, le sfide dell’accoglienza e della cura, in particolare delle persone più fragili. «I diaconi sono un dono per la Chiesa, ma anche per la società», ha detto, presentando l’appuntamento, don Carmine Arice, direttore dell’ufficio per la pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana (Cei). «La nostra società, come dice il Papa, è un ospedale da campo», ha spiegato don Arice, citando come esempi «l’esplosione della sofferenza mentale, delle malattie neurodegenerative collegate all’invecchiamento». E «la Chiesa nei prossimi decenni dovrà soprattutto occuparsi delle fasce di popolazione che sono in sofferenza». Per questo, osserva il rappresentante della Cei, i diaconi permanenti in prospettiva saranno sempre più chiamati a rappresentare il volto di una Chiesa «in uscita», tanto più in un contesto che va affermandosi come multietnico e multireligioso. In questa prospettiva, l’auspicio è «che il diaconato sia sempre più definito senza termine di paragone rispetto al presbitero e alle sue funzioni, ma venga riscoperto come il dono essenziale che è, nell’identità chiara che il Padre ha voluto donare per la Chiesa e per i poveri». Così, oggi, viene sottolineato, «diversi diaconi sono a capo degli uffici della pastorale della salute. Non sono solo stretti collaboratori di cappellani e animatori, ma uomini responsabili di servizi. Si tratta di figure in crescita che con il loro servizio fanno vedere il volto più bello di Dio». Quella al diaconato permanente, come accennato, è una vocazione che non sembra conoscere l’ombra della crisi delle vocazioni. «I diaconi ordinati in Italia sono più di 4400: siamo i primi in Europa, e i secondi al mondo dopo gli Stati Uniti», ha reso noto Enzo Petrolino, presidente della Comunità del diaconato in Italia, rilevando che la loro presenza è in aumento non solo nella penisola, dove la loro età media è di circa 60 anni (il 90 per cento è sposato), ma anche nel resto del mondo. E sono sempre di più i diaconi “sulla soglia”, uomini che, «usciti dalle sacrestie, rappresentano la Chiesa in uscita e che si fanno in quattro per gli altri». ...
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Dal 1467 a Genazzano - Davanti alla Madonna del Buon consiglio

26 luglio 2017 - 12:51pm
«Era il giorno 15 agosto 1864, festa dell’Assunzione della Santissima Vergine e il Santo Padre partitosi dalla sua residenza estiva di Castel Gandolfo, accompagnato dalla nobile Anticamera e da altri Prelati, percorse pel primo la nuova strada provinciale, che da Genazzano conduce alla Stazione ferroviaria di Valmontone e giunse qui alle ore 10 circa antimeridiane». È questo un passo della cronaca che l’agostiniano padre Beltrano fece del pellegrinaggio di Pio IX al santuario della Madonna del Buon Consiglio, nel decennale della proclamazione del dogma dell’Immacolata concezione di Maria. Il pellegrinaggio papale costituiva un altro significativo tassello di quel mosaico di fede e di devozione in cui si specchia la cosiddetta “venuta”. Ovvero il memorabile evento del 25 aprile 1467: quel giorno l’immagine della Vergine apparve su una parete della piccola chiesa fatiscente a Genazzano. Come ricordano le cronache del tempo, l’improvvisa e inspiegabile apparizione fece gridare al miracolo e la fama di quell’avvenimento si diffuse, in un baleno, ben oltre i confini del Lazio. A conferma di ciò, lo storico agostiniano Ambrogio Massari da Cori, detto il Coriolano, scriveva con vivo trasporto: «Tutta l’Italia fu così commossa che processionalmente vennero a visitarla da città e paesi». Ma già tre mesi dopo la comparsa dell’immagine della Madonna, Paolo II inviò a Genazzano due vescovi affinché ottenessero informazioni più dettagliate su quanto era accaduto, con il compito poi di riferirgliele. Non si dispone della relazione dei due prelati ma dovette essere positiva poiché Sisto IV, il successore di Paolo II, inviò generose offerte al santuario. di Gioele Schiavella   ...
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Roma: la Chiesa nella Città. Frati Conventuali nella movida romana. In missione sul Lungotevere

26 luglio 2017 - 8:30am
I missionari anche in questo periodo, fino al 3 settembre, per il quarto anno consecutivo, si possono incontrare sulle banchine del Tevere, a Ponte Garibaldi, in una delle manifestazioni del periodo estivo a Roma. Si tratta dei Frati Minori Conventuali del Centro Missionario diretto da padre Paolo Fiasconaro. Ricordo la pagina   Facebook  di questa trasmissione dove si trovano gli audio integrali e una trascrizione dei contenuti. “Roma: la Chiesa nella Città”, la trasmissione curata e condotta da Fabrizio Mastrofini, d’intesa con l’Ufficio Comunicazioni Sociali del Vicariato di Roma, incontra padre Paolo Fiasconaro. Padre Paolo, prima di tutto si presenti lei stesso. «Sono il direttore del Centro missionario di Francescani Conventuali e portiamo avanti un’animazione per i frati. Come direttore del Centro missionario e vivendo nel convento di san Giacomo, proprio sul Tevere, e vedendo le manifestazioni della “movida” romana, mi sono chiesto se non ci fosse spazio anche per noi. Sono andato da Gianni Marsili, ideatore dell’iniziativa degli stand lungo il Tevere, per chiedere se tra i 2 chilometri ci fosse uno spazio per noi». E cosa accadde? «Bussai alla sua porta e si spalancarono tante porte, verificando l’attenzione e l’interesse verso la mia proposta, nel dare anche un volto umanitario e sociale alla “movida”. Ci hanno dato uno stand nel punto più centrale dell’Estate Romana. Quest’anno il 50% sono stranieri, il 30 italiani e solo il resto è composto da romani. Vedere i frati missionari che distribuiscono depliant, dove c’è un televisore con immagini delle missioni, ebbene diamo la possibilità di un approccio diretto sia con la missione sia con i frati». Come siete organizzati? Lo stand è un luogo semplice e prima di tutto non vende oggetti. Cerchiamo di essere una presenza in mezzo alla gente, una presenza della Chiesa in uscita nella “movida”. Vogliamo valorizzare il tempo libero e le persone alle volte restano spiazzate. Però il concetto di missione va oltre ogni ideologia, si mettono da parte tutte le barriere perché nella missione c’è l’apertura all’altro, alle culture; la missione è un concetto alto. Lo stand è importante ma è l’abito del frate ad attirare molto più di ogni altro aspetto. Verifico la contentezza delle persone di trovare un segno religioso, pur in una situazione del tutto laico. In un momento di spensieratezza, il segno religioso è una mediazione con la cultura di oggi. Molti chiedono come trascorrere del tempo in missione. Alcuni dicono che sono disposti a fare anche lavori umili e allora si tratta di spiegare che i missionari hanno bisogno di professioni per far crescere le popolazioni. E poi ho coinvolto i ristoratori della manifestazione, l’anno scorso, a finanziare il vitto per un anno per 400 bambini della missione francescana a Kampala, in Uganda. Un bellissimo segno di solidarietà». «Nello stand – prosegue padre Fiasconaro – abbiamo collocato una gigantografia di san Massimiliano Kolbe e di Santa Chiara, visibili da entrambi i lati del Tevere. C’è poi una grande fotografia di san Francesco e di Papa Francesco. Questi i segni visibili per tutti coloro che transitano sulle banchine. Molti fanno la foto accanto a quella del Papa e tanti vogliono anche il frate accanto. E così in giro per il mondo ci sono tante di queste fotografie circolanti». Consegnate anche delle cartoline e c’è animazione musicale. Ce lo racconta? «Una mediazione bella per dialogare con la gente è la consegna di una cartolina da inviare a Papa Francesco attraverso di noi, se lo vogliono, per dire cosa secondo ogni persona è la missione. Quest’anno ho coinvolto la comunità di giovani Vittoria di Dio. Due volte alla settimana questo gruppo del Rinnovamento nello Spirito fa animazione attraverso la musica. Vengono anche dei gruppi etnici, attraverso i Padri Scalabriniani, per esibirsi». Mi dica qualcosa di più sulle persone che passano e si fermano. «La tipologia della gente che passeggia è molto variegata e soprattutto siamo in un ambiente molto laico. Molti anche se indifferenti sono comunque rispettosi. Altri sono molto calorosi e ringraziano per la presenza dei frati che non immaginano di trovare. Il messaggio passa perché in modo molto semplice siamo per vivere questi momenti insieme agli altri. Esserci e portare un messaggio di semplicità e letizia è un’idea vincente: dobbiamo uscire dalle nostre strutture e capire che è necessaria una presenza visibile. Ecco la Chiesa missionaria in uscita di Papa Francesco». La movida romana come periferia? È questa la sua idea? «Credo che la movida romana sia una periferia. E mi piacerebbe un maggiore coinvolgimento della Chiesa locale. Ne ho parlato col vescovo di settore già a suo tempo. Oggi a Trastevere ci sono otto parrocchie. Vorrei che la Chiesa locale facessi di più. Il Centro missionario si è mosso, sarebbe bello coinvolgere le parrocchie e celebrare la messa sulle banchine. Finora non siamo riusciti a dare questa presenza di Chiesa locale in un contesto di migrazione e di estate. Come Chiesa locale non siamo presenti, almeno finora. Da parte mia ho messo nel sito dell’Estate romana gli orari delle messe nelle chiese del centro storico più vicine alla manifestazione, in modo che chi lo desidera sappia dove trovare un’assistenza religiosa. Certo siamo a Roma e la Chiesa locale potrebbe darsi da fare di più. Questa sul Tevere, a mio avviso, è un po’ una periferia esistenziale: come si va al mare a Ostia, la sera si scende nelle banchine e qui dobbiamo esserci e dare la nostra testimonianza, fornire una possibilità di dialogo e di incontro, indipendentemente dal credere o non credere. Penso che il valore della nostra presenza sia questo: far vedere Papa Francesco, padre Kolbe, un video sulle missioni francescane, il frate che distribuisce depliant e resta in mezzo alla gente; è il segno di una valorizzazione del tempo libero. Pensi che l’anno scorso abbiamo distribuito 30 mila depliant e non ce n’era uno buttato per terra. E soprattutto abbiamo avuto tanti riscontri, nei mesi successivi, durante l’inverno, di persone che vengono a trovarci per parlare». I Frati Minori Conventuali: fino al 3 settembre sulle banchine del Tevere. Grazie. Alla prossima!...
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Un anno fa a Cracovia la XXXI Gmg, dedicata alla misericordia

25 luglio 2017 - 4:18pm
“Gesù fa il tifo per voi, sempre. Gesù vi rialza ogni volta che cadete e vi ama nonostante le vostre debolezze. Con Lui potete cambiare il mondo” . Questo il messaggio che   Papa Francesco ha voluto lasciare a quell’immensa moltitudine di giovani, oltre un milione e seicentomila, secondo gli organizzatori, che il 31 luglio  dello scorso anno erano riuniti nel Campus Misericordiae a Cracovia, per partecipare alla Messa conclusiva della XXXI Giornata mondiale della gioventù. Tutti raccolti attorno a un  palco bianco, su cui campeggiava in alto una grande effigie di Gesù Misericordioso, che poteva essere vista anche da chi era molto distante. Una Gmg speciale, iniziata il 26 luglio , che ha avuto come filo conduttore il tema: “Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia” (Mt 5,7), perché vissuta durante il Giubileo della Misericordia e nella città di cui fu arcivescovo  San Giovanni Paolo II ,   che volle fortemente un evento rivolto solo ai giovani, istituendo la Gmg nel lontano 1985, con la prima giornata a Roma l’anno successivo. Tanti i momenti indimenticabili di queste giornate, vissute intensamente dai giovani, e divenute subito un'invocazione di pace e fratellanza per il mondo intero, soprattutto dopo il terribile assassinio di padre Jacques Hamel ,  sull'altare della chiesetta di Rouen avvenuto il 27 luglio 2016, per mano di due terroristi islamici, proprio nel giorno dell’arrivo di Francesco nella città polacca. Cracovia aveva atteso con trepidazione l’arrivo del Pontefice ,  accolto con manifesti di benvenuto come una gigantesca scritta multicolore che campeggiava su un edificio affacciato sul fiume Vistola, nel cuore della citta polacca, dove si leggeva “Wjtai - Benvenuto".  E grande fu la gioia dei giovani, quando nel Parco Blonia Francesco li salutò con un “Finalmente ci incontriamo"! Fu  “il cuore misericordioso” al centro del primo incontro con i giovani: “Un cuore misericordioso - spiegò il Papa - sa essere un rifugio per chi non ha mai avuto una casa o l’ha perduta, sa creare un ambiente di casa e di famiglia, per chi ha dovuto emigrare, è capace di tenerezza e di compassione. Un cuore misericordioso sa condividere il pane con chi ha fame, un cuore misericordioso si apre per ricevere il profugo e il migrante. Dire misericordia insieme a voi, è dire opportunità, è dire domani, impegno, fiducia, apertura, ospitalità, compassione, sogni” . Momento sicuramente tra i più toccanti di quelle giornate fu la visita ai lager di Auschwitz e Birkenau ,  dove non ci furono parole ma solo il silenzio di un dolore ancora vivo. Impossibile dimenticare alcune immagini di quella visita, come il commovente abbraccio con i dieci sopravvissuti alla Shoah , la preghiera lunga e silenziosa nella cosiddetta “cella della fame”, dove San Massimiliano Kolbe  sacrificò la sua vita per salvare quella di un altro innocente destinato alla morte, il Salmo 130, il "De Profundis", intonato dal rabbino capo della Polonia a Birkenau, e l’incontro conclusivo con 25 Giusti delle Nazioni, donne e uomini che si opposero al male assoluto.  E uno dei luoghi più importanti di questa Giornata mondiale fu il Santuario della Divina Misericordia dove riposano le spoglie mortali di Santa Faustina Kowalska , la mistica polacca propagatrice della devozione a Gesù Misericordioso e tra i Santi patroni della Gmg. E proprio al Santuario  Papa Francesco  - rispondendo in una diretta televisiva alle domande di alcuni ragazzi intervenuti alla festa organizzata dalla Pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana -  esortò i giovani a essere costruttori di ponti di pace . “La pace - spiegò il Pontefice  -  costruisce ponti, l’odio è il costruttore dei muri. Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti o faccio muri . I muri dividono e l’odio cresce... I ponti uniscono. Quando tu stringi la mano a un amico, a una persona, tu fai un ponte umano. Invece, quando tu colpisci un altro, insulti un altro, tu costruisci un muro. Io voglio vedere tanti ponti umani. Questo è il programma di vita: fare ponti, ponti umani ”. Prossimo appuntamento per i giovani sarà a Panama, dal 22 al 27 gennaio 2019 . Tema della Giornata mondiale della gioventù sarà un passo del Vangelo di Luca: “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola” . Ascolta il podcast con l'intervista a monsignor Miguel Delgado Galindo, sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici, confluito nel Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita: (Da Radio Vaticana)...
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"Humanae Vitae". Gruppo di ricerca in vista 50mo Enciclica di Paolo VI

25 luglio 2017 - 3:22pm
di Roberta Gisotti “Una materia che tanto da vicino tocca la vita e la felicità degli uomini” , così il 25 luglio del 1968 Paolo VI scriveva nel preambolo alla Lettera enciclica “Humanae Vitae” in merito al “gravissimo dovere di trasmettere la vita umana”. Un tema che in tutti i tempi – osservava Papa Montini – “ha posto alla coscienza dei coniugi seri problemi”, specie in quegli anni percorsi da “tali mutamenti” per l’evolversi della società, “da fa sorgere nuove questioni” “che la Chiesa non può ignorare” , sottolineava Paolo VI, trascorsi appena tre anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Ma l’accoglienza dell’Enciclica fu attraversata da non poche polemiche e Papa Montini fu criticato da qualcuno per le aperture prospettate con l’invito ad una paternità responsabile e da altri per non avere concesso di più riguardo ai metodi contraccettivi. Don Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica all’Istituto Giovanni Paolo II - alla guida di un gruppo di ricerca sull’Enciclica, in vista del 50mo anniversario - spiega le ragioni per cui che questa Lettera è stata profetica. R – “Con questa Enciclica Paolo VI – sulla scia del Vaticano II - dichiarò senza incertezze che l’esercizio responsabile della paternità è un valore obiettivo per le famiglie cristiane; e nel medesimo tempo ha indicato i modi adeguati per vivere questo valore, tenendo conto di tutte le dimensioni dell’esperienza dell’amore umano. È importante ricordare che in quegli anni molti ancora guardavano l’esercizio della regolazione delle nascite come, potremmo dire, una ‘benevola concessione’ alle coppie, piuttosto che come un valore positivo da perseguire. Allora era ancora molto presente nella vita della Chiesa un’enfasi sulla procreazione, intesa come un  fine primario del matrimonio, che ha per lungo tempo reso difficile una comprensione teologicamente equilibrata del matrimonio medesimo. Non a caso “Humanae Vitae” è proprio costruita sull’unità inscindibile: il significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale”. D – Il cammino che portò alla redazione di “Humanae Vitae” sappiamo fu lungo e complicato. Ma l’Enciclica merita ancora oggi di essere studiata e meglio compresa? R – “ Il tempo ha fatto giustizia di tante polemiche inutili e di tanti pregiudizi con i quali si guardò a Paolo VI, che gli causarono tra l’altro non poche sofferenze. È significativo che da allora, per dieci anni, fino alla sua morte, Paolo VI non pubblicò più nessuna Enciclica. Nel tempo è stato decisivo il contributo di San Giovanni Paolo II, che non solo ha difeso il cuore dell’insegnamento di “Humanae Vitae” ancora prima di diventare Papa; ma poi si è fatto carico di sviluppare un’ampia riflessione – penso in particolare alle catechesi sull’amore umano – che hanno mostrato tutta la ragionevolezza di quanto “Humanae Vitae” insegna, anche integrandola e dando un maggior rilievo ad alcuni temi che in “Humanae Vitae” sono appena accennati e un po’ sacrificati. E, certamente merita ancora di essere studiata e approfondita, almeno in due direzioni: da un lato, è necessario procedere a collocarla nel contesto di tutte le cose importantissime e feconde che la Chiesa in questi 50 anni ha detto su matrimonio e famiglia; credo che mai come in questi ultimi 50 anni la Chiesa si è impegnata su questi temi. Poi, dal punto di vista della ricerca storico-teologica, sarà molto utile poter ricostruire, esaminando la documentazione conservata presso alcuni archivi della Santa Sede, l’iter compositivo dell’Enciclica , che si è sviluppato con fasi distinte dal giugno 1966 alla sua pubblicazione, il 25 luglio 1968. Proprio in vista di questo prossimo cinquantesimo, ho avuto il permesso di iniziare queste ricerche di archivio, affiancato da alcuni autorevoli studiosi, i professori Sequeri, Maffeis e Chenaux. L’impressione iniziale è che sarà possibile mettere da parte molte letture parziali del testo. E soprattutto sarà più agevole cogliere le intenzioni e le preoccupazioni che hanno mosso Paolo VI, e che lo hanno portato con tante difficoltà ad arrivare a risolvere positivamente la questione . Va rimarcato che non fu sempre sostenuto come era doveroso in quegli anni: tutta la vicenda complicata della Pontificia Commissione, che lavorò dal 1963 al 1966, e che alla fine non riuscì a dargli quello che gli era utile per poter procedere ad elaborare l’Enciclica. Cosicché Paolo VI quasi ha dovuto re-iniziare da solo, con l’aggravante che in quegli anni c’era un’opinione pubblica ecclesiale non solo polarizzata tra favorevoli e contrari alla pillola, ma analoga contrapposizione era anche molto presente nella comunità dei teologi di allora” . D – Venendo al pontificato attuale di Francesco, quale filo rosso lega “Humanae  Vitae” all’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia”? R – “Il filo rosso è quello che, a partire da “Gaudium et Spes”, vede la Chiesa mettere al primo posto la cura del matrimonio e della famiglia , riconoscendo in queste realtà il luogo, direi, ‘principe’, ove la comunità cristiana è chiamata ad incontrare gli uomini del suo tempo, prendersi cura di tutto il loro umano ed offrire loro la novità dell’annuncio cristiano. In questo senso esiste una singolare continuità che va da Paolo VI a Francesco, passando per San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI”.  Scarica e ascolta l'intervista con don Gilfredo Marengo (Da Radio Vaticana)...
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Chiesa in uscita e parrocchia: prima evangelizzazione e carità strettamente legate. Saper valorizzare ciascuno

25 luglio 2017 - 7:24am
La Chiesa in uscita è una cifra importante nel pontificato di Papa Francesco. Ma che significa, in concreto, quando si parla di Chiesa in uscita in riferimento alla vita delle parrocchie? Nella trasmissione "Al di là della notizia" della Segreteria per la Comunicazione - Dipartimento della Radio, curata e condotta da Fabio Colagrande, si sono confrontati su questo tema don Antonio Mastantuono, docente di Teologia Pastorale alla Pontificia Università Lateranense e vice Assistente nazionale di Azione Cattolica, e Fabrizio Mastrofini giornalista e scrittore, autore del libro "7 Regole per una Parrocchia Felice" (Edizioni Dehoniane, 98 pagg., euro 9,50). Il libro di Fabrizio Mastrofini uscito nel novembre 2016 è appena andato in ristampa.  Dunque si parla di parrocchia. Clicca qui per ascoltare . Don Antonio Mastantuono sottolinea che oggi la parrocchia deve diventare sempre di più il perno dell'annuncio. da una parrocchia come centrale di erogazione dei sacramenti, occorre passare ad una parrocchia come centro e motore dell'annuncio cristiano. e dove le attività caritative che vengono svolte diventino segno stesso dell'annuncio, superando quindi il binomio evangelizzazione e promozione umana per una nuova visione pastorale integrata. Fabrizio Mastrofini sottolinea l'importanza delle relazioni in parrocchia. non si tratta di far funzionare bene le attività e le persone che collaborano con il parroco in nome di una "managerialità" fuori luogo. si tratta invece di capire le differenze individuali (nel libro c'è una parte molto sviluppata in questo senso) e comprendere in che modo affrontare gli inevitabili problemi che si creano quando persone diverse cercano di collaborare. Un ruolo preponderante e una grande responsabilità ce l'hanno i parroci nel saper organizzare persone ed attività e imparando a valorizzare l'apporto che ciascuno può fornire. Una grande orchestra dove si armonizzano elementi diversi. Sullo sfondo della trasmissione, condotta da Fabio Colagrande, le parole del Papa ripetute in diverse occasioni - un anno fa a Rio de Janeiro - ma anche nelle visite nelle parrocchie romane o nell'incontro con i parroci romani a inizio d'anno - sulla necessità di un atteggiamento positivo e di entusiasmo per trascinare i fedeli e la Chiesa nel rinnovamento pastorale che i tempi di oggi impongono....
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Il Papa prega per Charlie Gard. I genitori: non siamo riusciti a salvarti

24 luglio 2017 - 10:25pm
“Papa Francesco sta pregando per Charlie e per i suoi genitori e si sente particolarmente vicino a loro in questo momento di immensa sofferenza”. Lo ha dichiarato il direttore della Sala Stampa vaticana Greg Burke dopo la notizia che i genitori di Charlie Gard hanno rinunciato alla richiesta di portarlo negli Stati Uniti per sottoporlo alle cure sperimentali. La parola fine alla battaglia legale è stata annunciata dal papà e dalla mamma del bimbo di 11 mesi, affetto da una rara malattia genetica, ieri pomeriggio durante l’udienza presso l’Alta Corte di Londra. “Il Santo Padre chiede di unirci in preghiera perché possano trovare la consolazione e l’amore di Dio”, ha aggiunto Burke. "Passeremo questi ultimi giorni vicino a Charlie che purtroppo non potrà compiere il suo primo anno di vita, cosa che sarebbe accaduta tra due settimane. Siamo profondamente dispiaciuti per non essere riusciti a salvarti, ma ti amiamo moltissimo e continueremo a farlo in futuro", hanno detto  Chris e Connie, fra le lacrime, leggendo una dichiarazione che ripercorre e spiega la vicenda . Una vicenda che ha mosso e commosso il mondo, con tanti interventi - tra i quali quello di Papa Francesco - manifestazioni sui Social e nelle Piazze , preghiere   perché a Charlie venisse data una chance . Lo stesso cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, dai nostri microfoni, venerdì scorso, aveva ribadito che non esiste vita che non sia degna di essere vissuta, in riferimento alla vicenda del piccolo. Tanti gli interventi anche dei politici, fra cui il presidente americano Donald Trump. La settimana passata lo stesso Congresso statunitense aveva concesso al piccolo e alla sua famiglia la "residenza permanente" negli Usa.  Ora i genitori hanno deciso, dunque, di interrompere la battaglia legale. In questi mesi hanno cercato disperatamente di salvare il loro bimbo: volevano tentare una cura sperimentale negli Stati Uniti ma i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra si erano opposti e l’Alta Corte, accogliendo la richiesta dell'ospedale, aveva dato il via libera al distacco delle macchine: una sentenza convalidata nei mesi scorsi da altre due Corti britanniche e dalla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. Quindi il papà e la mamma si erano rivolti ancora una volta al Tribunale per far valutare la possibilità di applicare al bambino il protocollo sperimentale di un gruppo internazionale di esperti coordinati dall'ospedale pediatrico Bambino Gesù. Alcuni di loro la scorsa settimana hanno visitato il bimbo. Per i genitori, troppo tempo è stato perso nelle aule di tribunale. Il deterioramento "dei muscoli è risultato irreversibile", evidenziano. "Il team americano e quello italiano volevano trattare Charlie dopo aver visto l'ultima risonanza magnetica e l'elettroencefalogramma. Il bimbo non era in morte cerebrale". E ancora adesso risponde ai nostri stimoli, dicono i genitori. Ma è il danno muscolare a essere troppo avanzato, spiegano. C'è una ragione semplice per la  quale i muscoli di Charlie si sono deteriorati tanto - dicono i genitori - ed è il tempo . Charlie avrebbe potuto vivere una vita normale, ha detto la madre all’udienza, se fosse stato consentito prima alla famiglia di sottoporlo alle cure. E da tutto il mondo, intanto, si leva commozione, preghiera e affetto per il piccolo Charlie Gard e la sua famiglia . Anche i Vescovi d'Inghilterra e del Galles esprimono la loro compassione e assicurano preghiere. Da parte sua il giudice ha confermato il suo verdetto precedente dell'11 aprile scorso: “è nel migliore interesse di Charlie morire”. E sostiene che l'ospedale si è comportato in modo corretto. I genitori hanno deciso, intanto, di creare una fondazione per altri malati di patologie mitocondriali perché i trattamenti siano tempestivi. E ora, hanno concluso, "è tempo che Charlie vada e che stia con gli angeli".  Ascolta e scarica il podcast:  Ultimo aggiornamento martedì 25 luglio ore 11.20 (Da Radio Vaticana)...
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P. Czerny: integrare i migranti e garantire sviluppo in patria

24 luglio 2017 - 8:39pm
Ci sono profondi legami fra migrazione e sviluppo, che si possono vedere nella rottura di molti pilastri dello sviluppo sostenibile che hanno costretto milioni di persone a spostarsi , e cioè nella povertà endemica, nella fame, nella violenza, nell'insufficienza di lavoro, nell'ambiente, nelle istituzioni deboli e corrotte e così in tante altre aree che vengono trattate congiuntamente nell'Agenda per lo sviluppo sostenibile del 2030. Lo mette in evidenza padre Michael Czerny, sottosegretario della Sezione per i Migranti e i Rifugiati del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale , alla Sessione tematica dedicata allo sviluppo del Global Compact on Migration. L’incontro si tiene oggi e domani nella sede dell’Onu a New York sul tema: “I contributi dei migranti e della diaspora a tutte gli aspetti dello sviluppo sostenibile, comprese le rimesse e trasferibilità dei guadagni”. Il punto di partenza della riflessione di padre Czerny è “il diritto di rimanere nella propria patria in dignità, pace e sicurezza”. “Nessuno - afferma -  dovrebbe mai essere costretto a lasciare la propria casa per mancanza di sviluppo o di pace”. Pertanto la comunità internazionale è chiamata a “garantire lo sviluppo umano sostenibile e integrale di tutte le persone nel loro luogo di origine e a consentire loro di diventare agenti attivi del proprio sviluppo”. In questo senso è di aiuto riconoscere anche i “costi” sociali ed economici che la migrazione significa per un Paese. “È assicurando le condizioni per l'esercizio del diritto di rimanere, quindi, che si rende la migrazione una scelta, non una necessità”, sottolinea padre Czerny. Sono la povertà e la mancanza di prospettive che spingono spesso così tante persone a migrare e spesso sono i giovani, i talenti. Rischiano la vita attraversando il Mediterraneo e molti mari del mondo alla ricerca di una vita migliore o almeno di condizioni minime. Sembra essere certamente un momento di perdita netta per i loro Paesi. Se diventi un guadagno per loro, dipende dalla misura in cui sono accolti e integrati, sottolinea padre Czerny richiamandosi a Papa Francesco. Dipende, prosegue, dal fatto che siano aiutati a passare da oggetti di cure urgenti a soggetti dignitosi del proprio sviluppo. Q uindi, i migranti devono essere ricevuti come esseri umani con pieno rispetto dei loro diritti , protetti da ogni forma di sfruttamento e le comunità che li ricevono devono ricevere un'adeguata assistenza per integrarli, in modo che non si lascino indietro i poveri locali. Un modo per farlo, spiega padre Czerny, è l'adozione di politiche di sviluppo e donazione che mettono da parte una percentuale dell'assistenza diretta fornita ai migranti per le infrastrutture locali e per le comunità locali che presentano svantaggi economici. “Ciò contribuirà a fornire le condizioni necessarie per una reale sostenibilità”. Allo stesso modo, “i migranti hanno la responsabilità di rispettare i valori, le tradizioni e le leggi della comunità che li accompagna”, evidenzia.  In conclusione, padre Czerny si richiama ancora a Papa Francesco che ha sottolineato il collegamento tra migrazione e sviluppo , il mese scorso, quando ha dichiarato che la presenza di tanti fratelli e sorelle che sperimentano la tragedia dell'immigrazione è un'occasione per la crescita umana, l'incontro e il dialogo tra le culture in vista della promozione della pace tra i popoli. Tale fraternità e solidarietà portano a società pacifiche e inclusive che promuovono lo sviluppo sostenibile per il quale la comunità internazionale si impegna decisamente. (D.D.) (Da Radio Vaticana)...
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Siccità, il Vaticano chiude le fontane

24 luglio 2017 - 7:02pm
La siccità che sta colpendo la città di Roma e le aree limitrofe della capitale ha indotto anche la Santa Sede a intraprendere delle misure volte al risparmio dell’acqua . Per questo motivo, il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ha deciso di spegnere tutte le fontane, sia quelle esterne ubicate in Piazza San Pietro, sia quelle interne dislocate nei Giardini Vaticani e nel territorio dello Stato. La scelta vuole essere in sintonia con gli insegnamenti di Papa Francesco che nell’Enciclica Laudato si’ ricorda come “l’abitudine di sprecare e buttare via” abbia raggiunto “livelli inauditi”, mentre “l’acqua potabile e pulita – afferma – rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici”. La scelta del Vaticano di spegnere le fontane come misura antispreco è un gesto di responsabilità che indica la via del rispetto delle risorse del creato. Lo sottolinea Andrea Masullo , direttore scientifico di Greenaccord Onlus, intervistato da Fabio Colagrande . Ascolta e scarica l'intervista ad Andrea Masullo :  (Da Radio Vaticana)...
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Santa Sede: l'acqua è un diritto umano essenziale

24 luglio 2017 - 4:55pm
di Emanuela Campanile Se «la coscienza della gravità della crisi culturale ed ecologica deve tradursi in nuove abitudini», come dichiarato da Papa Francesco nell’ Enciclica Laudato si’, mai come ora il mondo necessità di una coraggiosa presa di posizione a partire da quello che il Pontefice ritiene essere un problema di giustizia: “la possibilità d’accesso all’acqua pura per tutti”. A tale proposito, la Missione della Santa Sede a Ginevra, è impegnata a dare il proprio contributo alla realizzazione dell’Agenda 2030, ideata dall’Onu per lo sradicamento della povertà a livello mondiale. Mons. Ivan Jurkovič, Osservatore della Santa Sede all’Ufficio Onu di Ginevra , ci aggiorna sulle novità e le prospettive in vista dell’Agenda. R. - Le cifre che forniscono le Nazioni Unite sulle conseguenze del mancato accesso all’acqua non possono lasciarci indifferenti. Sono veramente drammatiche: quasi mille bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie collegate all’acqua , quasi due miliardi, ovvero un miliardo e 800 milioni persone, consumano acqua inquinata; ogni anno due milioni di persone muoiono per patologie collegate all’acqua . Si tratta di dati molto gravi. L’obiettivo che si è posta la comunità internazionale è quello di frenare e invertire questo trend. Ogni Stato è chiamato a concretizzare anche con strumenti giuridici quanto indicato nelle sessioni approvate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2010, così come si prendono impegni per tante cose, per tanti impegni internazionali. Questo impegno riconosce il diritto all’acqua - citazione - potabile e l’igiene come un diritto umano per il pieno godimento di tutti gli altri diritti umani, anzitutto quello alla vita . La risoluzione lo riconosce come già esistente – questo è importante – cioè, come se fosse implicitamente compreso in precedenti diritti già elaborati dall’Onu. Però i 70 Stati membri non hanno votato tale risoluzione ; vuol dire che siamo di fronte ad una situazione complicata. Da allora non risultano significativi progressi nel riconoscimento e nella codificazione di questo diritto nei testi internazionali. Secondo gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile, concordati dalla comunità internazionale nel 2015 – l’Agenda 2030 – ogni Paese è chiamato ad agire con una propria strategia per attuare degli obiettivi. Per quanto riguarda l’acqua ne è stato previsto uno specifico a sottolineare la centralità dl problema. Questo vuol dire che esiste un problema definito, incentrato sull’acqua . D. - Quali sono gli ambiti di lettura, le questioni direttamente collegate al problema dell’accesso all’acqua? R. - La Missione permanente della Santa Sede presso Ginevra, in collaborazione con Fondazione "Caritas in veritate", che lavora presso questa missione, presenterà alle Nazioni Unite a Ginevra il 14 settembre , insieme al prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, Sua eminenza il card. Turkson , una pubblicazione dove si analizzano le principali implicazioni derivanti dal mercato relativo all’accesso all’acqua, soffermandosi con particolare attenzione sui problemi derivanti dalla commercializzazione, arrivando agli esempi di cooperazione tecnica , con l’esperienza delle organizzazione non governative cattoliche che saranno presenti, soffermandosi sul tema delle migrazioni dovute ai cambiamenti climatici e al mancato accesso all’acqua . D. - Qual è l’azione della Santa Sede per l’anno in corso? R. - Ogni persona ha diritto all’accesso all’acqua potabile sicura, ed è diritto umano essenziale ed è questione cruciale nel mondo attuale . É doloroso quando nella legislazione di un Paese o di un gruppo di Paesi non si considera l’acqua come un diritto umano . É ancora più doloroso quando si trascura quello che stava scritto e si nega questo diritto umano . Ancora, quando si trascura quello che stava scritto e si nega questo diritto umano è un problema che riguarda tutti e fa sì che la nostra casa comune supporti tanta miseria e reclami soluzioni effettive davvero capaci di superare gli egoismi che impediscono l’attuazione di questo diritto vitale per tutti gli esseri umani. È necessario attribuire all’acqua la centralità che merita nell’ambito delle politiche pubbliche . Questo è l’appunto della Santa Sede. Il nostro diritto all’acqua è anche un dovere ; si capisce anche questo. Dal diritto che abbiamo ad essa deriva un obbligo collegato, che non si può separare. Il diritto all’acqua è determinante per la sopravvivenza delle persone e decide il futuro dell’umanità . Poi, come è chiaro, è prioritario anche educare le prossime generazioni circa la gravità di questa realtà . L’impegno della Santa Sede è quello di facilitare il dialogo e di cercare di unire tutte le nostre voci in una stessa causa . In questa cultura dell’incontro è  imprescindibile l’azione di ogni Stato – e ce ne sono tanti – come garante dell’accesso universale all’acqua sicura e di qualità . Ascolta e scarica il podcast:       (Da Radio Vaticana)...
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Convegno dei diaconi: accoglienza e servizio dei malati

24 luglio 2017 - 3:39pm
“Diaconi educati all’accoglienza e al servizio dei malati”: è questo il tema del prossimo convegno nazionale organizzato dalla Comunità del Diaconato in Italia e dall’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della Conferenza episcopale italiana che si svolgerà a Cefalù dal 2 al 5 agosto prossimi. Al centro dell’evento, incontri e dibattiti sul valore del diaconato come servizio ai poveri, ai bisognosi, ai lontani, ai dimenticati. Giovanni Bonomi e Vincenzo Alampi , rispettivamente diaconi di Brescia ed Oppido Mamertina, raccontano, al microfono di Federico Piana , la propria esperienza diretta di questa totale dedizione agli altri, segno di un concreto ‘diaconato in uscita’ come più volte richiesto da Papa Francesco: R. – Accogliere gli altri vuol dire creare una conoscenza nuova perché generalmente gli sconosciuti hanno paura. Poi quando vediamo che la persona che abbiamo conosciuto è una persona normalissima che ha gli stessi problemi nostri, gli stessi sogni nostri, la speranza nostra, allora noi scopriamo un altro mondo. Queste cose le tocco con mano ogni giorno nel campo e nelle tendopoli e baraccopoli di San Ferdinando che ultimamente ha subito un grosso incendio. Adesso si stanno trasferendo nella nuova tendopoli che sta sorgendo su iniziativa del prefetto di Reggio Calabria. Quindi è uno scambio che arricchisce. Io mi sto arricchendo nella conoscenza di questo mondo e questo lo sto toccando con mano ogni giorno in questa bellissima avventura che il diaconato mi sta facendo vivere. Interpreto veramente il ruolo del diaconato: il ministro della soglia che sta tra i due mondi che diventano un mondo soltanto; il ministro della terra che congiunge la terra col cielo; il ministro che crea ponti che va nelle periferie esistenziali; il ministro che compie il volere, il cuore di Papa  Francesco e secondo il volere e il cuore del nostro vescovo mons. Francesco Milito, che è molto vicino a questo mondo, a queste situazioni veramente grandi. Questa del convegno è una tematica che interferisce proprio nel cammino che la comunità del diaconato in Italia ha voluto scegliere per l’approfondimento, la riflessione, in riferimento al servizio e all’accoglienza che i diaconi devono svolgere. E io mi ritrovo in tutto questo con la vita che faccio tutti i giorni, con la vicinanza pure ai poveri nostri che sono migliaia e che hanno bisogno di essere accolti e di sentire la vicinanza della Chiesa delle persone. Questa è una cosa bellissima. D. - Bonomi, il diaconato come prossimità, come aiuto agli altri, si caratterizza sempre di più in questa forma? R. – Sì, esattamente. Anche il nostro vescovo ci ricorda sempre che noi siamo i suoi capillari. Si parlava del diaconato in uscita: il diaconato deve essere in uscita perché è quel ministro che riesce ad arrivare in quei punti più lontani - in cui la Chiesa fa fatica come situazione, come clero visto in modo pregiudiziale - può arrivare e vincere tutte queste paure. La situazione a Brescia non è così drammatica come in Sicilia però quando dobbiamo accogliere i migranti o quelle persone che vengono indirizzate per poter essere accolte c’è la paura, la diffidenza, la lotta. E il compito del diacono è anche questo: far capire che queste sono persone e questo non vale solo per le persone emarginate, come i migranti, ma anche per i nostri malati. Siamo in una società in cui l’efficienza e la salute sono l’indice di valutazione delle persone e i malati risultano essere nulla. Questa prossimità a chi è malato a chi ha bisogno, a chi è escluso da qualunque cosa aiuta a far conoscere a chi è intorno a noi che c’è una realtà diversa, che sono persone. Il compito del diacono deve essere questo: far presente alla comunità che sono persone, non sono numeri, non sono persone che non hanno dignità ma che hanno bisogno di aiuto perché fuggono da situazioni di difficoltà. Il diacono deve avere questa funzione, questo segno di prossimità per testimoniare agli altri che non c’è paura, non c’è difficoltà nell’incontrare le persone che hanno bisogno. Anzi, come diceva il mio confratello, è una ricchezza, perché poi ti trovi a confrontarti con realtà che ti fanno capire come i problemi che tu pensi di avere oggi qui sono un nonnulla perché le difficoltà della vita sono ben altre. Questo ti arricchisce e ti fa allargare il cuore e aprirti a tutto il bisogno che c’è. (Da Radio Vaticana)...
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Atenagora e l’ambasciatore - Il viaggio di Paolo VI in Turchia nel racconto di testimoni e giornalisti

24 luglio 2017 - 3:24pm
Il 12 agosto 1967 l’ambasciatore italiano in Turchia Mario Mondello inviò un rapporto al ministro degli esteri, il democristiano Amintore Fanfani, nel quale riferiva in ogni particolare l’incontro privato che ebbe col patriarca Atenagora. Si trattava del primo contatto diretto tra il patriarca di Costantinopoli «personaggio senza dubbio pittoresco e straordinario» e il rappresentate dello stato italiano che intendeva «apprendere dalla sua viva voce le reazioni alla visita del Pontefice» e avere informazioni «sullo sviluppo dei rapporti tra le due Chiese». Atenagora destò stupore nell’interlocutore per i suoi tratti — «l’uomo è immenso, a ottant’anni è un Tolstoj, fissato nell’età dell’autoritratto di Leonardo» — e per i suoi modi familiari e sorprendentemente calorosi fin dal primo istante. Accogliendo il diplomatico italiano infatti il Patriarca iniziò il colloquio, condotto in un ottimo francese, prendendo «le mani nelle sue mani», mentre stringendole ricordava: «Così stavo pochi giorni fa con il Santo Padre seduto anch’egli in quella poltrona, le sue mani nelle mie. Che miracolo! Che evento straordinario! Che bontà! Che generosità! Quel grande si è degnato di venire fin qui, si è degnato di farmi visita». Col suo gesto Paolo VI aveva superato nei fatti ogni questione di precedenza per cui una visita avrebbe potuto configurare un implicito riconoscimento di superiorità. Per Atenagora questa decisione rappresentò un gesto profetico. «Chi è lui?» esclamò, giungendo a definire convintamente Paolo VI «un profeta mandato dalla Divina Provvidenza al momento giusto. E il Profeta è venuto fin qui», per imprimere nuovo vigore a quel cammino ecumenico che aveva avuto inizio con Giovanni XXIII. Il patriarca ebbe però al riguardo parole di apprezzamento pure per Pio XII, tuttavia la sua entusiastica ammirazione restava esclusivamente rivolta a Paolo VI che continuava a chiamare «il Profeta». E aggiunse: «Sapete come lo chiamo io abitualmente? Paolo II», imitando con la mano il gesto di Churchill che con lo stesso segno indicava la vittoria. «Sì, lo chiamo Paolo II, perché egli è il successore di San Paolo, destinato dalla Divina Provvidenza a diffondere tra tutte le Chiese il verbo dell’apostolo, aggiornato ai tempi presenti». Continuando a sostenere la fondatezza del nome che attribuiva al Papa chiamandolo Paolo II, Atenagora spiegava che quel numero espresso con le due dita centrali della mano indicava anche il segno della vittoria, dunque il Pontefice era per lui «Paolo II, il Vittorioso», e insisteva inoltre sulla profetica pregnanza di quel nome anche per i protestanti, che hanno un particolare culto per San Paolo e «anch’essi devono avvicinarsi a noi». Alla domanda del diplomatico italiano sull’importanza delle differenze teologiche tra le varie Chiese, il patriarca reagì con vigore e disse: «E come potrei attribuirvi importanza se non ve ne sono?». Per spiegare il senso delle sue parole all’interlocutore sorpreso si paragonò proprio a un diplomatico: «Sapete i teologi sono come i giuristi. Voi diplomatici, ascoltate i giuristi quando sentite di dover compiere qualche gesto o qualche atto importante di politica internazionale? Certamente no. Ebbene io sono un diplomatico. Del resto, per scrupolo di coscienza, ho chiesto a qualche teologo di studiare in che cosa consistessero queste differenze. Ebbene, sapete che cosa hanno trovato? Che non ce ne sono. Ecco tutto. Anzi si sono accorti che le nostre Chiese si erano separate senza motivi di contrasto, senza alcuna ragione, ma solo per successivi atti compiuti da una parte e dall’altra impercettibilmente. Insomma una querelle d’éveques ». Bisognava allora, per l’anziano patriarca, rimettere insieme le Chiese «mediante degli atti» e senza preoccuparsi delle differenze teologiche «che sono dei pretesti». Atenagora si mostrava sicuro anche sul fatto che i capi e i credenti delle altre Chiese autocefale nella galassia dell’ortodossia lo avrebbero compreso e seguito nel vigore della sua spinta ecumenica. «E come potrebbe essere altrimenti? Il mio è un atto d’amore. Il mio è un atto di carità», ribadiva Atenagora che, proprio in occasione del viaggio di Paolo VI in Turchia, da lui preannunciato con telegrammi ai capi delle altre Chiese ortodosse, aveva ricevuto da essi messaggi di fraternità e vicinanza nella preghiera. Il patriarca, additando i pochi oggetti che ornavano la sua stanza elencava indicandoli «un quadro della Madonna che tutti onoriamo e immediatamente al di sotto? Una fotografia del mio incontro con il Pontefice. Sulla mia scrivania? Una altra fotografia insieme al Pontefice»». E continuava precisando: «Ebbene che Madonna ho scelto? Una Madonna cattolica fatta in Italia. Non una Madonna ortodossa. Perché non c’è una Madonna cattolica e una ortodossa. Di Madonna ce n’è una sola, uguale per tutti. Così come Cristo è uno solo, lo stesso per tutti. E facciamo tutti lo stesso battesimo, che ci rende tutti cristiani». Una sola era allora la via da percorrere per il patriarca di Costantinopoli: «Basta con le differenze: avviciniamoci con gli “atti”. Questa è la via che sta di fronte a noi. Non ce n’è un’altra». Alle perplessità dell’ambasciatore che rievocava secoli di disunione Atenagora rispondeva confermando nuovamente l’unica strada percorribile: quella dell’amore e della carità «e amore e carità impongono la via dell’unione». A questo proposito il patriarca raccontò al diplomatico italiano come prima di recarsi a Roma, nell’ottobre seguente, ricambiando la visita del Papa, egli avrebbe visitato le Chiese ortodosse dei Balcani e quella russa, per poi riferire in Vaticano sull’esito di questi contatti preliminari, e concordare il da farsi. Atenagora, durante il colloquio, non tralasciò di considerare i rapporti con le Chiese separate del protestantesimo con le quali «occorrerà avvicinarsi. Ma ciò avverrà in un momento successivo», e quelli con l’islam. «In verità il dialogo esiste da XIII secoli; è lungo quanto il nostro contatto, anche se non è stato molto proficuo. Ma bisogna fare qualcosa in questo senso. L’amore ci affida quest’incarico; l’affetto che nutriamo verso i nostri fratelli islamici, ci sostiene e ci sosterrà su questa via». Nel corso della conversazione si affrontò pure la questione giuridicamente e diplomaticamente delicata del controllo dei Luoghi Santi: «Per noi pensa il Santo Padre. Lui sa quello che bisogna fare. Il punto di vista del Santo Padre è il nostro punto di vista», rispondeva in proposito il patriarca al suo stupefatto interlocutore. Congedandosi Atenagora giustificò la modestia della sua sede con parole che accrebbero meraviglia e stupore nell’ambasciatore. «Questa sede modesta non mi preoccupa», disse Atenagora salutandolo. «È l’ultimo dei miei pensieri. Io mi sento al Vaticano. Lì è la nostra casa. Anzi per essere più esatti io mi sento a Castel Gandolfo, accanto a quel grande, a quello spirito superiore, a quel generoso, a quel profeta», dunque sempre accanto a Paolo VI (che trascorreva i mesi estivi nella residenza pontificia di Castel Gandolfo). Nel riferire ogni particolare di questo incontro il rappresentante italiano non tralasciò di trasmettere al ministro Fanfani la sua viva impressione nei confronti di Atenagora, ««personaggio un po’ sconcertante almeno per noi che siamo abituati al misurato ritegno, nei gesti e nelle parole, dei nostri ecclesiastici». Allo stesso tempo però il diplomatico si confessò conquistato dal modo di fare, focoso e bonario, del capo dell’ortodossia. «Mentre si agitava e parlava di fronte a me, mi domandavo: ma è questo il Capo della Chiesa ortodossa, o non piuttosto un povero prete di campagna cattolico, misticamente invasato del Pontefice? O forse — continuava l’ambasciatore concludendo la sua valutazione — la Divina Provvidenza, nei suoi imperscrutabili disegni, si serve appunto di queste figure per realizzare i suoi piani più arditi? Perché una cosa mi sembra fuor di dubbio: quest’uomo si muove nella buona direzione (…) la via che egli indica nell’attuale crisi spirituale del mondo è quella giusta; in essa possono riconoscersi e identificarsi tutti gli uomini di buona volontà, quelli di coscienza religiosa come quelli di coscienza morale». di Eliana Versace ...
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Intervista all’arcivescovo Dominique Lebrun nel primo anniversario dell’uccisione di padre Jacques Hamel- Esemplare perché semplice

24 luglio 2017 - 3:13pm
Dominique Lebrun era arcivescovo di Rouen da nemmeno un anno quando padre Jacques Hamel fu assassinato alla fine della messa che stava celebrando la mattina del 26 luglio 2016, nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. Oggi, all’avvicinarsi del primo anniversario di questo drammatico evento, il presule si confida all’Osservatore Romano ricordando quanto sia rimasto in lui impresso il segno della morte "straordinaria" di questo "prete esemplare", la cui semplicità parla a tutti e fa di lui un prete universale. Inoltre, mentre la causa di beatificazione è stata avviata da tre mesi, Lebrun si rallegra della pace che regna intorno al ricordo dell’anziano sacerdote, “seminatore di pace”. Come ha vissuto quest’anno trascorso dopo l’assassinio di padre Jacques Hamel? Come un anno di lutto, con le sue tappe: il funerale, l’incontro con il Papa e la riapertura della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray il 2 ottobre scorso. Ci sono stati poi numerosi incontri, con la famiglia, la comunità musulmana, la parrocchia e le altre vittime. Andando avanti nell’anno liturgico, mi chiedevo: cosa succede nella parrocchia di Saint-Étienne-du-Rouvray a Natale, il venerdì santo, a Pasqua, nel giorno in cui ordino diacono in vista del sacerdozio un giovane che si chiama Julien Hamel, cosa succede oggi nel primo anniversario del suo assassinio? Padre Hamel è entrato a far parte della sua vita quotidiana? Padre Hamel — e la sua morte — sono entrati a far parte del mio quotidiano. Come potete intuire, adesso che è morto, padre Hamel è ancora più vivo. La sua figura di sacerdote, semplice ed esemplare, mi interroga come pastore e vescovo sul modo di considerare la vita dei preti, su quello che mi aspetto da parte loro in termini di “efficienza”. Devo senza sosta convertirmi, passare da questa richiesta di efficienza all’ammirazione per la loro fecondità, il che è un po’ diverso: l’efficienza consiste nel voler ottenere qualcosa con i propri mezzi, la fecondità invece deriva dal fatto che siamo in due, che è la grazia del Signore che agisce, proporzionalmente alla nostra santità e non alla nostra ingegnosità e alle nostre capacità riconosciute da una comunità o dalla società. Sì, posso dire che quello che è avvenuto mi ha trasformato come vescovo. L’evento drammatico condiviso da altri mi ha anche avvicinato alla società locale nelle sue diverse componenti: naturalmente al comune di Saint-Étienne-du-Rouvray, e quindi agli altri comuni del territorio. E d’ora in poi sono legato alla comunità musulmana e a tutte le altre comunità di credenti sul territorio della mia diocesi. Sono legato in un modo nuovo a questa parrocchia, al suo gruppo pastorale, al suo parroco che proviene dalla Repubblica Democratica del Congo. Attraverso loro, sono maggiormente vicino alle parrocchie della mia diocesi e al presbiterio nella sua diversità. Oggi, un anno dopo l’assassinio, come definirebbe padre Hamel? Un sacerdote semplice ed esemplare. Forse esemplare perché semplice. Il secondo aspetto è la sua morte, straordinaria, che somiglia alla morte di un martire, alla morte di Gesù, cioè a un innocente che ha dato la sua vita per Dio e che è stato ucciso consacrandosi a Dio. Questo resta per me qualcosa di ancora nuovo, allo stato embrionale, che non ha ancora prodotto il suo frutto, che mi sorprende ancora, e che in un certo modo non mi appartiene più. Ci vorrà del tempo, questo dipenderà da quello che vive il popolo di Dio ma anche dall’opinione pubblica in senso più largo. E dipenderà anche da quello che la Chiesa deciderà per la sua beatificazione o meno, perché non è la stessa cosa se padre Hamel entra nel culto pubblico o se rimane nella preghiera ordinaria e privata del cristiano. A questo proposito, può ricordarci come è iniziato il suo processo di beatificazione? La storia del processo di beatificazione di padre Hamel comincia all’indomani della sua morte: la parola martire è pronunciata da numerose persone e si ritrova nelle varie lettere che ho ricevuto. Questo è il fondamento stesso della dichiarazione di un santo o martire, quello che noi chiamiamo la fama di santità o di martirio. Poi, ero naturalmente al corrente che il processo poteva aprirsi solo dopo un periodo di cinque anni dalla morte del sacerdote. Ma le cose sono cambiate durante il pellegrinaggio diocesano compiuto a Roma a settembre 2016: con le sorelle di padre Hamel, eravamo stati invitati a partecipare alla messa di Papa Francesco a Santa Marta, il 14, festa dell’esaltazione della Santa Croce. Come si sa, il Papa ha personalmente pronunciato queste parole forti: «È un martire! E i martiri sono beati, dobbiamo pregarlo». Da quel momento, ho avuto il bisogno di sapere cosa questo volesse dire. Con il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, il cardinale Angelo Amato, abbiamo pensato di chiedere al Papa se fosse suo desiderio abbreviare i tempi. È quello che ha fatto, indicando che bisognava forse accelerare i tempi per beneficiare degli elementi di prova che sono le testimonianze delle altre vittime dell’attentato, prevalentemente molto anziane. Perciò il processo si è accelerato, ma so anche che, come dice un adagio, una giustizia serena è anche una giustizia lenta. Per questo motivo, prendiamo il tempo necessario affinché le cose si facciano non solo secondo le norme canoniche ma anche con molta serietà. A che punto stiamo? La prima sessione del processo si è svolta il 20 maggio scorso, e il tribunale ha ascoltato, alla data di oggi, una decina di testimoni sui sessantanove che sono stati presentati all’udienza di apertura, pur restando la possibilità per il tribunale di convocare altri testimoni per un supplemento di inchiesta. Sono in contatto con padre Paul Vigouroux, il postulatore, ma non assisto alle udienze, e rimango a distanza affinché la giustizia si svolga senza alcuna pressione. Probabilmente, il risultato dell’inchiesta sarà inviato in Vaticano nell’arco di uno o tre anni. Nel caso in cui il Pontefice dichiarasse padre Hamel beato, il culto pubblico della Chiesa cattolica sarebbe autorizzato. Ma non ci troviamo già di fronte a una risonanza che oltrepassa le frontiere, alimentata proprio dal fatto che padre Hamel è stato un prete semplice, la cui figura parla a ognuno di noi? È quella che viene chiamata fama di santità o di martirio. Questa è la prima condizione: la Chiesa non dichiarerà beato qualcuno che non abbia questa fama. E quello che è chiamato sensus fidei, quello che il popolo di Dio, e più largamente oggi l’umanità, può percepire di questa eco autentica di santità di Dio. Lo vedo attraverso i turisti che visitano la cattedrale di Rouen, le persone che si recano alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray o presso la sua tomba. Lo vedo anche nelle lettere che ricevo o negli incontri con persone esterne. Effettivamente, la sua semplicità parla a tutti: è stato un prete cattolico, un prete universale. Cosa ricordano le persone? Che ha battezzato, ha celebrato i matrimoni, ha predicato, ha celebrato la messa con fedeltà, che era ben integrato nella sua città. È quello che fa anche ogni giorno un prete in Australia, in Kenya, in India o in America latina. Non era un prete mediatico, era un prete diocesano, un prete e basta, e questo parla a tutta l’umanità. Passiamo dall’umanità al catalogo dei santi. Accanto a quale santo, se la beatificazione avesse luogo, lei collocherebbe padre Hamel? Non posso rispondere ancora a questa domanda perché sono tuttora in tempo di lutto, e non mi proietto nel futuro. La sola riflessione che ho fatto è di ordine cronologico. Tra i santi locali, non abbiamo nella diocesi di Rouen dei santi recenti. I nostri santi risalgono per lo più ai tempi della fondazione della diocesi, al quarto secolo, al tempo delle invasioni barbariche, in breve prima dell’anno Mille. Una delle sante più recenti è Giovanna d’Arco, morta nel 1431. Ci sono alcuni santi più recenti, come santa Teresa del Bambino Gesù e san Giovanni Eudes. Allora mi sono detto che potremmo avere in questa circostanza un santo contemporaneo. Ha qualcosa da aggiungere in particolare su questi ultimi mesi? Si può dire che la sua morte è stata un avvenimento estremamente forte dal punto di vista umano e spirituale. In un anno, non ci sono mai stati dissensi riguardanti padre Hamel, come mettere in ordine o vuotare il suo appartamento, che giorno dire la messa o meno, se ci si dà abbastanza da fare, perché ognuno di noi vive qualcosa di singolare: la famiglia, la diocesi, i preti della sua generazione, la Chiesa in Francia ma anche le collettività territoriali e la comunità musulmana. Non sono mai stato a conoscenza di opinioni diverse che siano diventate conflittuali, il che è molto raro. Padre Hamel ha seminato pace! da Rouen Charles de Pechpeyrou...
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​Unire ciò che è diviso -Mezzo secolo fa l’incontro tra Paolo VI e Atenagora al Phanar

24 luglio 2017 - 2:27pm
All’ingresso della basilica di San Pietro a Roma, sopra la porta santa aperta dal Papa per le celebrazioni giubilari, una iscrizione nel marmo, che spesso passa inosservata ai pellegrini, dice in greco e in latino: «Per la riconciliazione di piena comunione tra le Chiese ortodossa e cattolica romana, in questa basilica vi fu un incontro di preghiera tra Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora I il 26 ottobre 1967». Di fatto, nel 1967 tra i due leader ci fu uno scambio di visite alle reciproche sedi. La visita di Atenagora a Roma fu dunque preceduta da una visita di Paolo VI al Phanar. Il 25 luglio 1967, rivolgendosi al Patriarca Atenagora nella chiesa patriarcale di San Giorgio, Papa Paolo vi disse: «Alla luce del nostro amore per Cristo e nel nostro amore fraterno l’uno verso l’altro, stiamo scoprendo sempre più l’identità profonda della nostra fede, mentre i punti sui quali ancora siamo in disaccordo non ci devono impedire di comprendere questa profonda unità». A sua volta, il Patriarca Atenagora sottolineò che il loro obiettivo principale, come capi delle loro rispettive Chiese, era «di unire ciò che è diviso, con mutue azioni ecclesiastiche, ovunque ciò sia possibile, affermando i punti comuni di fede e di governo, orientando così il dialogo teologico verso l’inizio di una comunità sana, sulle fondamenta della fede e della libertà di pensiero teologico ispirate dai nostri Padri comuni e presenti nelle diverse tradizioni locali». Prima di questi eventi storici, Atenagora e Paolo si erano già incontrati per la prima volta a Gerusalemme il 5 e 6 gennaio 1964. In questi incontri, le due guide avevano levato insieme le scomuniche che gravavano sulle loro rispettive Chiese sin dal grande scisma del 1054. Papa Paolo e il Patriarca ecumenico Atenagora sono stati grandi visionari; «con grande ispirazione vide gli ultimi tempi» ( Siracide 48, 24). Anche se le loro iniziative non hanno avuto un grande impatto sui media, restano però delle rivoluzionarie pietre miliari per lo sviluppo del cristianesimo. Quello che poteva sembrare solo un piccolo passo nella storia del mondo, alla fine si è rivelato un balzo da gigante nella storia della Chiesa, specialmente in termini di guarigione dello scandalo della divisione tra le due Chiese sorelle di Roma e di Costantinopoli, nuova Roma. Infatti, se inseriamo la corrispondenza formale e le visite ufficiali scambiate dai capi o dai rappresentanti delle due Chiese nel contesto di silenzio dello scisma che ha caratterizzato le loro relazioni per quasi un intero millennio — dal 1054 al 1964, malgrado qualche occasionale sforzo teso alla riunificazione e isolati echi di comunicazione nel corso dei secoli — allora riusciremo a comprendere l’eccezionale importanza degli straordinari gesti tra Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Oggi non ci sorprende più apprendere di visite di capi di Chiese ad altre Chiese. Tuttavia, gli scambi e gli incontri tra Papa Paolo vi e il Patriarca ecumenico Atenagora restano nella memoria e al tempo stesso ci ricordano il potere duraturo della carità e del dialogo. In un tempo in cui le persone e le nazioni sono tentate di ritirarsi nell’isolamento e nell’esclusione — che sia per ignoranza o per paura degli altri — l’esempio di Paolo e Atenagora è una luce per due città costruite su un monte, da dove risplende per il mondo intero (cfr. Matteo 5, 14). di Bartolomeo...
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Medio Oriente: appello del Papa alla moderazione al dialogo

23 luglio 2017 - 2:37pm
Al termine dell’Angelus, Papa Francesco ha rivolto un appello per il Medio Oriente, dicendo di seguire con trepidazione “le gravi tensioni e le violenze di questi giorni a Gerusalemme” . “Sento il bisogno di esprimere un accorato appello alla moderazione e al dialogo”, ha detto il Papa, che ha invitato di unirsi a lui nella preghiera, “affinché il Signore ispiri a tutti propositi di riconciliazione e di pace”. Sul terreno, intanto, continua la tensione. Questa mattina i servizi segreti israeliani hanno arrestato in Cisgiordania almeno 25 persone, tra cui alcuni alti funzionari di Hamas e l’ex-ministro e parlamentare palestinese, il deputato Omar Abdel Razek. Negli scontri, iniziati venerdì scorso, sono morti finora cinque palestinesi, l’ultimo dei quali un 17enne, deceduto in seguito alle riferite riportate per l’esplosione di una molotov a nord-ovest di Nablus. Tre invece gli israeliani uccisi: si tratta di tre coloni accoltellati in un insediamento vicino Ramallah. (Da Radio Vaticana)...
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Papa all'Angelus: linea di confine fra bene e male passa nel cuore di ognuno

23 luglio 2017 - 2:28pm
“La linea di confine tra il bene e il male passa nel cuore di ogni persona” perché "siamo tutti peccatori". Lo ricorda Papa Francesco ai fedeli raccolti in Piazza San Pietro per l’Angelus . Il Papa parte da una delle parabole proposte da Gesù nel Vangelo odierno: quella dove si parla del “grano buono” e della “zizzania”, una parabola che illustra “il problema del male nel mondo” e mette in risalto “la pazienza di Dio”. Ognuno di noi può dire: “Quanta pazienza ha Dio con me!”, esclama Francesco.  Il padrone del mondo rappresenta Dio mentre il nemico rappresenta Satana. L’uno sparge il buon seme, l’altro l’erba cattiva. I servi vorrebbero strappare la zizzania ma il padrone si oppone perché il grano non venga sradicato assieme a questa e, quindi, invita a lasciarli crescere assieme fino alla mietitura. “Con questa immagine - spiega il Papa all'Angelus - Gesù ci dice che in questo mondo il bene e il male sono talmente intrecciati, che è impossibile separarli ed estirpare tutto il male. Solo Dio può fare questo, e lo farà nel giudizio finale”. Quindi “con le sue ambiguità e il suo carattere composito”, “la situazione presente è il campo della libertà, il campo della libertà dei cristiani, in cui si compie il difficile esercizio del discernimento fra il bene e il male”. Papa Francesco esorta, dunque, i fedeli a conigare due atteggiamenti apparentemente contradditori: la decisione e la pazienza , cioè “la decisione di voler essere buon grano”, “con tutte le proprie forze”, prendendo, quindi, “le distanze dal maligno e dalle sue seduzioni”, e “ la pazienza” che significa preferire una Chiesa “che non teme di sporcarsi le mani lavando i panni dei suoi figli” ad “una Chiesa di ‘puri’, che pretende di giudicare prima del tempo chi sta nel Regno di Dio e chi no”. L’esortazione centrale del Papa all'Angelus è quindi quella di invitare tutti a riconoscere il peccato “che è in noi” : il Signore “oggi ci aiuta a comprendere che il bene e il male non si possono identificare con territori definiti o determinati gruppi umani: 'Questi sono i buoni, questi sono i cattivi'”. " Egli ci dice - prosegue il Papa - che la linea di confine tra il bene e il male passa nel cuore di ogni persona, passa nel cuore di ognuno di noi, cioè siamo tutti peccatori. A me viene la voglia di chiedervi: 'Chi non è peccatore alzi la mano'. Nessuno! Perché tutti lo siamo, siamo tutti peccatori”. “Guardare sempre e soltanto il male che sta fuori di noi”, avverte Francesco, “significa non voler riconoscere il peccato che c’è anche in noi”. E’, infatti, Gesù che ci libera dalla schiavitù del peccato, ci dà la grazia di camminare in una vita nuova e ci ha dato la Confessione perché sempre “abbiamo bisogno di essere perdonati dai nostri peccati”. Gesù ci insegna, quindi, ad osservare la realtà in un modo diverso, cioè ad imparare “i tempi di Dio”, che "non sono i nostri tempi", e il suo “sguardo” perché grazie all’attesa “ciò che era o sembrava zizzania, può diventare un prodotto buono”. “E’ la realtà della conversione. E’ la prospettiva della speranza!” , spiega il Papa. “Ci aiuti la Vergine Maria  - conclude - a cogliere nella realtà" non soltanto "la sporcizia e il male", ma anche "il bene e il bello”, smascherando “l’opera di Satana”, ma soprattutto confidando “nell’azione di Dio che feconda la storia”. (Da Radio Vaticana)...
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Lampada ai miei passi: commento alle letture domenicali

22 luglio 2017 - 6:36pm
Commento alle letture domenicali proposto, nel mese di luglio, da Padre Gianfranco Lunardon, camilliano. "La parola di Dio è viva. È novità. Il Vangelo è novità. La rivelazione è novità". (Papa Francesco) XIII domenica del Tempo Ordinario XIV domenica del Tempo Ordinario XV domenica del Tempo Ordinario XVI domenica del Tempo Ordinario               (Da Radio Vaticana)...
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