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2017-07-28 - Vangelo di venerdi'

Liturgia - 7 ore 5 min fa
Es 20, 1-17; Sal.18; Mt 13, 18-23. ||| In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
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2017-07-28 - Commento di venerdi'

Liturgia - 7 ore 5 min fa
Se, talvolta, il dono ricevuto non fruttifica... ||| Il comprendere di che cosa parla la parabola evangelica di quest'oggi ha certamente un senso più ampio di quello che gli potremmo attribuire. Un monaco certosino del XII secolo, Guigo, nella sua opera "Scala claustralium", indica quattro movimenti per la "comprensione" della parola: lectio, meditatio, oratio e contemplatio. La lettura attenta (o anche solo l'ascolto) è già disposizione di un animo teso alla ricerca, l'approfondimento tramite la meditazione fa penetrare progressivamente nel mistero di Dio, la preghiera lo fa vivere attraverso varie forme (lode, supplica, etc.), la contemplazione vi unisce tutto il nostro essere. Questi "gradi" tipicamente monastici non sono esclusiva dei monaci, possono essere applicati e sperimentati da tutti. Ma succederà che alcuni giorni la Parola sembrerà portare una percentuale molto bassa, ed in altri momenti, al contrario, altri giorni saremo "al settimo cielo". Niente paura! Noi stessi siamo di volta in volta quei personaggi citati nella parabola e la nostra gamma va dalla strada al terreno fertile. Gesù non vuole certo condannare o portare alla disperazione nessuno, non definisce cioè delle tipologie standardizzate per cui chiunque è salvo o condannato in partenza. Vuole soltanto dire che abbiamo poca costanza (sarebbe meglio dire poca fedeltà) e che non sempre siamo capaci di far fruttificare il dono ricevuto. La medesima cosa accade con gli israeliti nella prima lettura (Esodo): ricevono la Parola, ma quante infedeltà accompagneranno il loro cammino, e però anche quanti ritorni pieni di speranza e di buoni propositi. È la storia di sempre, è la storia di un Dio fedele e di un uomo sottoposto alla "umanità", ma questo, Dio lo sa molto meglio di tanti giudizi impietosi su noi stessi e sugli altri.
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2017-07-28 - Santi di venerdi'

Liturgia - 7 ore 5 min fa
Beata Alfonsa Muttathupadam
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2017-07-27 - Vangelo di giovedi'

Liturgia - 27 luglio 2017 - 12:00am
Es 19, 1-2.9-11.16-20; Sal. da Dn; Mt 13, 10-17. ||| In quel tempo, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?».
Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
"Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!".
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!».
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2017-07-27 - Commento di giovedi'

Liturgia - 27 luglio 2017 - 12:00am
A voi è dato di conoscere, a loro no! ||| In questo brano Gesù sembra essere piuttosto pessimista sulla possibilità che il suo messaggio possa essere accolto dal suo popolo e anzi sembra negare loro una possibilità di salvezza. Se questo corrispondesse alle reali intenzioni di Gesù, allora non avrebbe neanche ragione di insegnare loro in parabole, ciò che invece egli continua a fare. Ma Gesù, nel rispondere ai suoi discepoli, cita un brano della Scrittura, tratto dalla vocazione di Isaia. Il profeta sembrava essere dubbioso sull'efficacia della sua missione proprio per la durezza di cuore degli israeliti. In tutti e due i casi però l'incertezza del risultato della predicazione non elimina il compito stesso dell'annuncio della Parola di salvezza; anzi Gesù ed Isaia si sentono maggiormente responsabilizzati proprio per le difficoltà alle quali si andrà inevitabilmente incontro. L'insegnamento per noi è non ricercare sempre preventivamente un risultato certo e positivo per poter intraprendere una qualsiasi azione; è nostro compito anche superare difficoltà che sembrano insormontabili. Sarà poi il Signore a "far crescere" quel grano che noi abbiamo, magari con tanta fatica, seminato.
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2017-07-27 - Santi di giovedi'

Liturgia - 27 luglio 2017 - 12:00am
Beato Ugo degli Atti
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Beato Tito Brandsma: 75 anni fa veniva ucciso a Dachau

Vaticano News - 26 luglio 2017 - 4:50pm
E’ stato in un campo di concentramento, “marchio infamante” del secolo scorso, che “Dio ha trovato Tito Brandsma degno di sé”. Con queste parole San Giovanni Paolo II nel novembre 1985 beatificava in San Pietro Tito Brandsma, carmelitano olandese morto a Dachau, in Germania, il 26 luglio 1945, esattamente 75 anni fa . Nell’anniversario, una Messa di suffragio sarà presieduta domani pomeriggio da mons. Antonius Lambertus Maria Hurkmans, vescovo emerito di ‘s-Hertogenbosch, nella Chiesa parrocchiale di Santa Maria in Traspontina, a Roma. Un martire della fede è Tito Brandsma per tutta la Chiesa, come sottolinea il padre carmelitano Bruno Secondin , professore emerito di spiritualità e storia della spiritualità moderna alla Pontificia Università Gregoriana: di fronte all’ideologia nazista, evidenzia, a caratterizzare la sua figura furono “la difesa dei principi cristiani evangelici” e “l’atteggiamento di misericordia, di perdono, di comprensione degli sbagli” di coloro che lo perseguitavano , “senza portare dentro di sé mai nessun odio , mai nessun atteggiamento” di rivalsa. Nato nel 1881, a 17 anni Tito entrò nell'ordine carmelitano, fu poi professore e magnifico rettore dell’ Università Cattolica di Nimega , profondo studioso di filosofia e di storia della mistica, ma anche giornalista e sacerdote interessato al dialogo ecumenico e al rispetto del Creato . Più volte entrò in conflitto col regime nazista: come assistente ecclesiastico dell’Unione dei giornalisti cattolici, fu arrestato nella missione svolta a nome dell’episcopato cattolico, che rifiutava di accettare l’imposizione degli ordini razzisti e antisemiti alla stampa cattolica, abbastanza forte in Olanda, nonostante la grande maggioranza della popolazione fosse protestante. Venne successivamente deportato nel lager di Dachau. Negli ultimi istanti di vita, regalò un semplice rosario all’infermiera che gli praticò l’iniezione di acido fenico all’origine della sua morte . Anni dopo, la testimonianza della donna fu decisiva nel processo di Beatificazione, perché mise in luce come la misericordia per Tito avesse significato, anche nella tragedia della prigionia, rimanere “vicino a tutti gli altri, condividere la sofferenza, ispirare pensieri di perdono, di pace” e, conclude padre Secondin, “accogliere e consolare quelli che erano trattati ancora peggio di lui, come gli zingari, i russi, gli ucraini”. Ascolta e scarica il podcast dell’intervista a padre Bruno Secondin: (Da Radio Vaticana)...
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Santa Sede: solo il dialogo può portare pace in Medio Oriente

Vaticano News - 26 luglio 2017 - 3:02pm
di Amedeo Lomonaco Il processo di pace israelo-palestinese non può essere escluso dalle priorità della comunità internazionale . È questo uno dei punti fermi indicati da mons. Simon Kassas, incaricato d’affari presso la Missione dell’Osservatore permanente della Santa Sede all’Onu. Intervenendo ieri a New York al dibattito promosso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed incentrato sulla situazione in Medio Oriente e sulla questione palestinese, mons. Kassas ha ricordato che la Santa Sede ribadisce il suo fermo sostegno per la soluzione di due Stati . L’auspicio è dunque quello di un nuovo assetto geopolitico che preveda lo Stato di Israele affiancato da quello palestinese in una cornice di pace e all'interno di confini riconosciuti a livello internazionale .   La soluzione sia negoziata Per garantire sicurezza e prosperità nella prospettiva di una coesistenza pacifica - ha aggiunto mons. Kassas - non esiste alternativa ad un accordo negoziato che porti ad una soluzione concordata reciprocamente . La strada da seguire – ha aggiunto - è quella di trattative dirette tra israeliani e palestinesi, con il sostegno della comunità internazionale . Affinché questo processo possa essere completato con successo, israeliani e palestinesi devono compiere passi rilevanti per ridurre tensioni e violenze. Entrambe le parti devono astenersi da azioni, compresa quella degli insediamenti, che possano contraddire l’impegno per una soluzione negoziata.   Non fazioni, ma un fronte unito palestinese Mons. Kassas ha poi ricordato la visita in Vaticano, nel 2014, del Presidente israeliano, Shimon Peres, e di quello palestinese Mahmoud Abbas. Nell’ambito di tali incontri, Papa Francesco ha esortato a pregare e a promuovere la cultura del dialogo, in modo che alle nuove generazioni si possa lasciare in eredità “una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione”. La soluzione a due Stati richiede anche che tutte le fazioni palestinesi mostrino una volontà politica unitaria lavorando insieme . Un fronte unito palestinese - ha osservato mons. Kassas - sarebbe fondamentale per la prosperità economica , la coesione sociale e la stabilità politica di uno Stato di Palestina.   La questione di Gerusalemme Non si deve anche dimenticare Gerusalemme, una città sacra agli ebrei, ai cristiani e ai musulmani. Lo status quo dei siti sacri è una questione di profonda sensibilità. La Santa Sede – ha detto mons. Kassas - conferma la sua posizione in linea con la comunità internazionale e rinnova il proprio sostegno per una soluzione completa, giusta e duratura relativamente alla questione della città di Gerusalemme. Mons. Kassas ha inoltre ribadito l'importanza di uno status speciale per Gerusalemme, che sia garantito a livello internazionale al fine di assicurare libertà di religione e di coscienza . Si deve anche garantire l'accesso sicuro e libero ai luoghi sacri ai fedeli di tutte le religioni e le nazionalità . Papa Francesco domenica scorsa, al termine dell’Angelus, ha rivolto un appello per il Medio Oriente, ricordando “le gravi tensioni e le violenze di questi giorni a Gerusalemme”.  “Sento il bisogno – ha affermato il Santo Padre - di esprimere un accorato appello alla moderazione e al dialogo”.   Impegno e soluzioni politiche per il Medio Oriente Mons. Kassas si è poi soffermato sulla situazione in varie regioni del Medio Oriente. La Santa Sede – ha detto – esprime il proprio dolore per i drammi provocati da guerre e da conflitti in diversi Paesi, in particolare in Siria, nello Yemen e nella parte settentrionale dell'Iraq. In queste aree, la drammatica situazione umanitaria richiede un rinnovato impegno da parte di tutti per arrivare ad una soluzione politica . Papa Francesco - ha aggiunto - apprezza profondamente gli sforzi instancabili di coloro che cercano di trovare una soluzione politica del conflitto in Siria . Il Pontefice incoraggia tutti gli attori a lavorare per un processo politico siriano che conduca ad una transizione pacifica e inclusiva, basata sui principi del comunicato di Ginevra del 30 giugno del 2012. Un accordo pacifico concordato dai partiti siriani – ha sottolineato mons. Kassas - riporterà stabilità al Paese, consentirà il ritorno sicuro dei rifugiati e degli sfollati, promuoverà una pace durevole e la riconciliazione. Si favorirà così un contesto necessario per efficaci sforzi contro il terrorismo preservando la sovranità, l'indipendenza, l'unità e l'integrità territoriale dello Stato siriano . Non si dimentichino le comunità cristiane Riferendosi sempre al Medio Oriente, mons. Kassas ha ricordato infine che le comunità cristiane abitano da oltre duemila anni in quella regione convivendo pacificamente con le altre comunità. La Santa Sede - ha concluso - invita la Comunità internazionale a non dimenticarle e ritiene che lo stato di diritto, compreso il rispetto della libertà religiosa, sia fondamentale per il conseguimento e il mantenimento della convivenza pacifica .    (Da Radio Vaticana)...
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In Russia una delegazione del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani - San Nicola e l’ecumenismo del popolo

Vaticano News - 26 luglio 2017 - 2:40pm
«L’ecumenismo dei santi è una bellissima opportunità per il dialogo tra le Chiese»: il cardinale Kurt Koch, in partenza nel primo pomeriggio di mercoledì 26 luglio per San Pietroburgo, ha commentato così l’accoglienza ricevuta nella Federazione russa dalle reliquie di san Nicola, venerate da oltre due milioni e mezzo di fedeli. «È stato — ha detto all’Osservatore Romano — un grande avvenimento ecumenico. Molto importante perché la venerazione delle reliquie può aiutare a coinvolgere i fedeli nell’impegno per il dialogo. Infatti è bello che i capi delle Chiese si incontrino, ma è molto importante che lo faccia anche il popolo dei credenti». Il presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani guida la delegazione che, nel primo pomeriggio di venerdì 28 luglio, con un volo in partenza da San Pietroburgo, riporterà a Bari la reliquia del santo vescovo di Myra. Con il porporato hanno viaggiato, tra gli altri, l’arcivescovo di Bari-Bitonto, monsignor Francesco Cacucci, il rettore della basilica di San Nicola, padre Ciro Capotosto, e una rappresentanza del Patriarcato di Mosca. Ad attenderli in Russia c’era il vescovo Nazarij di Kronstadt, superiore della lavra Aleksandr-Nevskij che accoglie gli ospiti in questi giorni di permanenza nella Federazione russa. Nicola è uno dei santi più venerati al mondo, riconosciuto dai fedeli di differenti Chiese e confessioni cristiane come difensore dei deboli e dei perseguitati, protettore delle fanciulle, dei marinai, dei bambini. La sostanziale universalità del suo culto, che ha ovunque alimentato ricchissime tradizioni popolari, ne fanno un vero e proprio «ponte tra Oriente e Occidente». Lo sottolinea il domenicano Hyacinthe Destivelle, officiale del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, anche lui nella delegazione partita da Roma. «È molto bello simbolicamente — afferma — che questa traslazione della reliquia sia stata fatta dopo l’incontro di Cuba tra Papa Francesco e il patriarca Cirillo nel 2016, come segno di amicizia, per affidare alla preghiera di san Nicola l’avvicinamento tra le nostre Chiese». È un ponte di dialogo, preghiera e fratellanza. «La straordinaria affluenza di fedeli a Mosca e a San Pietroburgo — spiega Destivelle — non stupisce. San Nicola è molto legato alla storia russa. Un terzo delle chiese è sotto il suo patrocinio e in tutte le abitazioni c’è una sua icona davanti alla quale si chiede protezione per la famiglia». Del resto, spiega il domenicano, «Nicola non è considerato solo il protettore dei marinai, ma colui che viene in soccorso in tutte le decisioni concrete della vita di tutti i giorni. È il santo che indica il buon cammino». La dimensione ecumenica di questo viaggio, è stata sottolineata anche dall’arcivescovo Cacucci che, commentando le file chilometriche e le attese di ore registrate sia a Mosca sia a San Pietroburgo dal 21 maggio a oggi, ha evidenziato come si sia assistito a un significativo «ecumenismo di popolo»: dimostra, ha detto, che «il popolo di Dio vive l’unità». Del resto, ha aggiunto il presule, lo stesso Patriarca Cirillo, nel discorso pronunciato accogliendo la reliquia, ha tenuto «un intervento aperto all’unità dei cristiani». Un dialogo intenso che si alimenterà anche nei prossimi giorni. Nella serata di giovedì 27 il cardinale Koch, dopo aver visitato le principali chiese di San Pietroburgo e celebrato la messa nella basilica cattolica di Santa Caterina, incontrerà il metropolita Ilarione di Volokolamsk, presidente del dipartimento delle relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato. Il giorno successivo ci sarà l’incontro della delegazione con il patriarca Cirillo. Insieme, cattolici e ortodossi, pregheranno con la recita del Moleben presso le reliquie di san Nicola, prima del ritorno in Italia nel pomeriggio. L’arrivo all’aeroporto di Bari è previsto per le 19. Di lì l’immediato trasferimento alla basilica dove si svolgerà la solenne processione con la recita dei vespri e la deposizione della reliquia nella tomba del santo, alla presenza di un notaio chiamato a redigere l’atto formale che registrerà, per la storia, il “ritorno di san Nicola” a Bari....
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Dal 2 al 5 agosto il convegno italiano dei diaconi permanenti- Volto di una Chiesa che accoglie

Vaticano News - 26 luglio 2017 - 12:58pm
  In Italia sono oltre quattromila e non sembrano conoscere crisi vocazionale. Sono i diaconi permanenti che ai primi di agosto — dal 2 al 5 — si ritroveranno a Cefalù per il loro convegno nazionale sul tema «Diaconi educati all’accoglienza e al servizio dei malati». Al centro dei lavori, dunque, le sfide dell’accoglienza e della cura, in particolare delle persone più fragili. «I diaconi sono un dono per la Chiesa, ma anche per la società», ha detto, presentando l’appuntamento, don Carmine Arice, direttore dell’ufficio per la pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana (Cei). «La nostra società, come dice il Papa, è un ospedale da campo», ha spiegato don Arice, citando come esempi «l’esplosione della sofferenza mentale, delle malattie neurodegenerative collegate all’invecchiamento». E «la Chiesa nei prossimi decenni dovrà soprattutto occuparsi delle fasce di popolazione che sono in sofferenza». Per questo, osserva il rappresentante della Cei, i diaconi permanenti in prospettiva saranno sempre più chiamati a rappresentare il volto di una Chiesa «in uscita», tanto più in un contesto che va affermandosi come multietnico e multireligioso. In questa prospettiva, l’auspicio è «che il diaconato sia sempre più definito senza termine di paragone rispetto al presbitero e alle sue funzioni, ma venga riscoperto come il dono essenziale che è, nell’identità chiara che il Padre ha voluto donare per la Chiesa e per i poveri». Così, oggi, viene sottolineato, «diversi diaconi sono a capo degli uffici della pastorale della salute. Non sono solo stretti collaboratori di cappellani e animatori, ma uomini responsabili di servizi. Si tratta di figure in crescita che con il loro servizio fanno vedere il volto più bello di Dio». Quella al diaconato permanente, come accennato, è una vocazione che non sembra conoscere l’ombra della crisi delle vocazioni. «I diaconi ordinati in Italia sono più di 4400: siamo i primi in Europa, e i secondi al mondo dopo gli Stati Uniti», ha reso noto Enzo Petrolino, presidente della Comunità del diaconato in Italia, rilevando che la loro presenza è in aumento non solo nella penisola, dove la loro età media è di circa 60 anni (il 90 per cento è sposato), ma anche nel resto del mondo. E sono sempre di più i diaconi “sulla soglia”, uomini che, «usciti dalle sacrestie, rappresentano la Chiesa in uscita e che si fanno in quattro per gli altri». ...
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Dal 1467 a Genazzano - Davanti alla Madonna del Buon consiglio

Vaticano News - 26 luglio 2017 - 12:51pm
«Era il giorno 15 agosto 1864, festa dell’Assunzione della Santissima Vergine e il Santo Padre partitosi dalla sua residenza estiva di Castel Gandolfo, accompagnato dalla nobile Anticamera e da altri Prelati, percorse pel primo la nuova strada provinciale, che da Genazzano conduce alla Stazione ferroviaria di Valmontone e giunse qui alle ore 10 circa antimeridiane». È questo un passo della cronaca che l’agostiniano padre Beltrano fece del pellegrinaggio di Pio IX al santuario della Madonna del Buon Consiglio, nel decennale della proclamazione del dogma dell’Immacolata concezione di Maria. Il pellegrinaggio papale costituiva un altro significativo tassello di quel mosaico di fede e di devozione in cui si specchia la cosiddetta “venuta”. Ovvero il memorabile evento del 25 aprile 1467: quel giorno l’immagine della Vergine apparve su una parete della piccola chiesa fatiscente a Genazzano. Come ricordano le cronache del tempo, l’improvvisa e inspiegabile apparizione fece gridare al miracolo e la fama di quell’avvenimento si diffuse, in un baleno, ben oltre i confini del Lazio. A conferma di ciò, lo storico agostiniano Ambrogio Massari da Cori, detto il Coriolano, scriveva con vivo trasporto: «Tutta l’Italia fu così commossa che processionalmente vennero a visitarla da città e paesi». Ma già tre mesi dopo la comparsa dell’immagine della Madonna, Paolo II inviò a Genazzano due vescovi affinché ottenessero informazioni più dettagliate su quanto era accaduto, con il compito poi di riferirgliele. Non si dispone della relazione dei due prelati ma dovette essere positiva poiché Sisto IV, il successore di Paolo II, inviò generose offerte al santuario. di Gioele Schiavella   ...
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Roma: la Chiesa nella Città. Frati Conventuali nella movida romana. In missione sul Lungotevere

Vaticano News - 26 luglio 2017 - 8:30am
I missionari anche in questo periodo, fino al 3 settembre, per il quarto anno consecutivo, si possono incontrare sulle banchine del Tevere, a Ponte Garibaldi, in una delle manifestazioni del periodo estivo a Roma. Si tratta dei Frati Minori Conventuali del Centro Missionario diretto da padre Paolo Fiasconaro. Ricordo la pagina   Facebook  di questa trasmissione dove si trovano gli audio integrali e una trascrizione dei contenuti. “Roma: la Chiesa nella Città”, la trasmissione curata e condotta da Fabrizio Mastrofini, d’intesa con l’Ufficio Comunicazioni Sociali del Vicariato di Roma, incontra padre Paolo Fiasconaro. Padre Paolo, prima di tutto si presenti lei stesso. «Sono il direttore del Centro missionario di Francescani Conventuali e portiamo avanti un’animazione per i frati. Come direttore del Centro missionario e vivendo nel convento di san Giacomo, proprio sul Tevere, e vedendo le manifestazioni della “movida” romana, mi sono chiesto se non ci fosse spazio anche per noi. Sono andato da Gianni Marsili, ideatore dell’iniziativa degli stand lungo il Tevere, per chiedere se tra i 2 chilometri ci fosse uno spazio per noi». E cosa accadde? «Bussai alla sua porta e si spalancarono tante porte, verificando l’attenzione e l’interesse verso la mia proposta, nel dare anche un volto umanitario e sociale alla “movida”. Ci hanno dato uno stand nel punto più centrale dell’Estate Romana. Quest’anno il 50% sono stranieri, il 30 italiani e solo il resto è composto da romani. Vedere i frati missionari che distribuiscono depliant, dove c’è un televisore con immagini delle missioni, ebbene diamo la possibilità di un approccio diretto sia con la missione sia con i frati». Come siete organizzati? Lo stand è un luogo semplice e prima di tutto non vende oggetti. Cerchiamo di essere una presenza in mezzo alla gente, una presenza della Chiesa in uscita nella “movida”. Vogliamo valorizzare il tempo libero e le persone alle volte restano spiazzate. Però il concetto di missione va oltre ogni ideologia, si mettono da parte tutte le barriere perché nella missione c’è l’apertura all’altro, alle culture; la missione è un concetto alto. Lo stand è importante ma è l’abito del frate ad attirare molto più di ogni altro aspetto. Verifico la contentezza delle persone di trovare un segno religioso, pur in una situazione del tutto laico. In un momento di spensieratezza, il segno religioso è una mediazione con la cultura di oggi. Molti chiedono come trascorrere del tempo in missione. Alcuni dicono che sono disposti a fare anche lavori umili e allora si tratta di spiegare che i missionari hanno bisogno di professioni per far crescere le popolazioni. E poi ho coinvolto i ristoratori della manifestazione, l’anno scorso, a finanziare il vitto per un anno per 400 bambini della missione francescana a Kampala, in Uganda. Un bellissimo segno di solidarietà». «Nello stand – prosegue padre Fiasconaro – abbiamo collocato una gigantografia di san Massimiliano Kolbe e di Santa Chiara, visibili da entrambi i lati del Tevere. C’è poi una grande fotografia di san Francesco e di Papa Francesco. Questi i segni visibili per tutti coloro che transitano sulle banchine. Molti fanno la foto accanto a quella del Papa e tanti vogliono anche il frate accanto. E così in giro per il mondo ci sono tante di queste fotografie circolanti». Consegnate anche delle cartoline e c’è animazione musicale. Ce lo racconta? «Una mediazione bella per dialogare con la gente è la consegna di una cartolina da inviare a Papa Francesco attraverso di noi, se lo vogliono, per dire cosa secondo ogni persona è la missione. Quest’anno ho coinvolto la comunità di giovani Vittoria di Dio. Due volte alla settimana questo gruppo del Rinnovamento nello Spirito fa animazione attraverso la musica. Vengono anche dei gruppi etnici, attraverso i Padri Scalabriniani, per esibirsi». Mi dica qualcosa di più sulle persone che passano e si fermano. «La tipologia della gente che passeggia è molto variegata e soprattutto siamo in un ambiente molto laico. Molti anche se indifferenti sono comunque rispettosi. Altri sono molto calorosi e ringraziano per la presenza dei frati che non immaginano di trovare. Il messaggio passa perché in modo molto semplice siamo per vivere questi momenti insieme agli altri. Esserci e portare un messaggio di semplicità e letizia è un’idea vincente: dobbiamo uscire dalle nostre strutture e capire che è necessaria una presenza visibile. Ecco la Chiesa missionaria in uscita di Papa Francesco». La movida romana come periferia? È questa la sua idea? «Credo che la movida romana sia una periferia. E mi piacerebbe un maggiore coinvolgimento della Chiesa locale. Ne ho parlato col vescovo di settore già a suo tempo. Oggi a Trastevere ci sono otto parrocchie. Vorrei che la Chiesa locale facessi di più. Il Centro missionario si è mosso, sarebbe bello coinvolgere le parrocchie e celebrare la messa sulle banchine. Finora non siamo riusciti a dare questa presenza di Chiesa locale in un contesto di migrazione e di estate. Come Chiesa locale non siamo presenti, almeno finora. Da parte mia ho messo nel sito dell’Estate romana gli orari delle messe nelle chiese del centro storico più vicine alla manifestazione, in modo che chi lo desidera sappia dove trovare un’assistenza religiosa. Certo siamo a Roma e la Chiesa locale potrebbe darsi da fare di più. Questa sul Tevere, a mio avviso, è un po’ una periferia esistenziale: come si va al mare a Ostia, la sera si scende nelle banchine e qui dobbiamo esserci e dare la nostra testimonianza, fornire una possibilità di dialogo e di incontro, indipendentemente dal credere o non credere. Penso che il valore della nostra presenza sia questo: far vedere Papa Francesco, padre Kolbe, un video sulle missioni francescane, il frate che distribuisce depliant e resta in mezzo alla gente; è il segno di una valorizzazione del tempo libero. Pensi che l’anno scorso abbiamo distribuito 30 mila depliant e non ce n’era uno buttato per terra. E soprattutto abbiamo avuto tanti riscontri, nei mesi successivi, durante l’inverno, di persone che vengono a trovarci per parlare». I Frati Minori Conventuali: fino al 3 settembre sulle banchine del Tevere. Grazie. Alla prossima!...
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Un anno fa a Cracovia la XXXI Gmg, dedicata alla misericordia

Vaticano News - 25 luglio 2017 - 4:18pm
“Gesù fa il tifo per voi, sempre. Gesù vi rialza ogni volta che cadete e vi ama nonostante le vostre debolezze. Con Lui potete cambiare il mondo” . Questo il messaggio che   Papa Francesco ha voluto lasciare a quell’immensa moltitudine di giovani, oltre un milione e seicentomila, secondo gli organizzatori, che il 31 luglio  dello scorso anno erano riuniti nel Campus Misericordiae a Cracovia, per partecipare alla Messa conclusiva della XXXI Giornata mondiale della gioventù. Tutti raccolti attorno a un  palco bianco, su cui campeggiava in alto una grande effigie di Gesù Misericordioso, che poteva essere vista anche da chi era molto distante. Una Gmg speciale, iniziata il 26 luglio , che ha avuto come filo conduttore il tema: “Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia” (Mt 5,7), perché vissuta durante il Giubileo della Misericordia e nella città di cui fu arcivescovo  San Giovanni Paolo II ,   che volle fortemente un evento rivolto solo ai giovani, istituendo la Gmg nel lontano 1985, con la prima giornata a Roma l’anno successivo. Tanti i momenti indimenticabili di queste giornate, vissute intensamente dai giovani, e divenute subito un'invocazione di pace e fratellanza per il mondo intero, soprattutto dopo il terribile assassinio di padre Jacques Hamel ,  sull'altare della chiesetta di Rouen avvenuto il 27 luglio 2016, per mano di due terroristi islamici, proprio nel giorno dell’arrivo di Francesco nella città polacca. Cracovia aveva atteso con trepidazione l’arrivo del Pontefice ,  accolto con manifesti di benvenuto come una gigantesca scritta multicolore che campeggiava su un edificio affacciato sul fiume Vistola, nel cuore della citta polacca, dove si leggeva “Wjtai - Benvenuto".  E grande fu la gioia dei giovani, quando nel Parco Blonia Francesco li salutò con un “Finalmente ci incontriamo"! Fu  “il cuore misericordioso” al centro del primo incontro con i giovani: “Un cuore misericordioso - spiegò il Papa - sa essere un rifugio per chi non ha mai avuto una casa o l’ha perduta, sa creare un ambiente di casa e di famiglia, per chi ha dovuto emigrare, è capace di tenerezza e di compassione. Un cuore misericordioso sa condividere il pane con chi ha fame, un cuore misericordioso si apre per ricevere il profugo e il migrante. Dire misericordia insieme a voi, è dire opportunità, è dire domani, impegno, fiducia, apertura, ospitalità, compassione, sogni” . Momento sicuramente tra i più toccanti di quelle giornate fu la visita ai lager di Auschwitz e Birkenau ,  dove non ci furono parole ma solo il silenzio di un dolore ancora vivo. Impossibile dimenticare alcune immagini di quella visita, come il commovente abbraccio con i dieci sopravvissuti alla Shoah , la preghiera lunga e silenziosa nella cosiddetta “cella della fame”, dove San Massimiliano Kolbe  sacrificò la sua vita per salvare quella di un altro innocente destinato alla morte, il Salmo 130, il "De Profundis", intonato dal rabbino capo della Polonia a Birkenau, e l’incontro conclusivo con 25 Giusti delle Nazioni, donne e uomini che si opposero al male assoluto.  E uno dei luoghi più importanti di questa Giornata mondiale fu il Santuario della Divina Misericordia dove riposano le spoglie mortali di Santa Faustina Kowalska , la mistica polacca propagatrice della devozione a Gesù Misericordioso e tra i Santi patroni della Gmg. E proprio al Santuario  Papa Francesco  - rispondendo in una diretta televisiva alle domande di alcuni ragazzi intervenuti alla festa organizzata dalla Pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana -  esortò i giovani a essere costruttori di ponti di pace . “La pace - spiegò il Pontefice  -  costruisce ponti, l’odio è il costruttore dei muri. Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti o faccio muri . I muri dividono e l’odio cresce... I ponti uniscono. Quando tu stringi la mano a un amico, a una persona, tu fai un ponte umano. Invece, quando tu colpisci un altro, insulti un altro, tu costruisci un muro. Io voglio vedere tanti ponti umani. Questo è il programma di vita: fare ponti, ponti umani ”. Prossimo appuntamento per i giovani sarà a Panama, dal 22 al 27 gennaio 2019 . Tema della Giornata mondiale della gioventù sarà un passo del Vangelo di Luca: “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola” . Ascolta il podcast con l'intervista a monsignor Miguel Delgado Galindo, sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici, confluito nel Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita: (Da Radio Vaticana)...
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"Humanae Vitae". Gruppo di ricerca in vista 50mo Enciclica di Paolo VI

Vaticano News - 25 luglio 2017 - 3:22pm
di Roberta Gisotti “Una materia che tanto da vicino tocca la vita e la felicità degli uomini” , così il 25 luglio del 1968 Paolo VI scriveva nel preambolo alla Lettera enciclica “Humanae Vitae” in merito al “gravissimo dovere di trasmettere la vita umana”. Un tema che in tutti i tempi – osservava Papa Montini – “ha posto alla coscienza dei coniugi seri problemi”, specie in quegli anni percorsi da “tali mutamenti” per l’evolversi della società, “da fa sorgere nuove questioni” “che la Chiesa non può ignorare” , sottolineava Paolo VI, trascorsi appena tre anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Ma l’accoglienza dell’Enciclica fu attraversata da non poche polemiche e Papa Montini fu criticato da qualcuno per le aperture prospettate con l’invito ad una paternità responsabile e da altri per non avere concesso di più riguardo ai metodi contraccettivi. Don Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica all’Istituto Giovanni Paolo II - alla guida di un gruppo di ricerca sull’Enciclica, in vista del 50mo anniversario - spiega le ragioni per cui che questa Lettera è stata profetica. R – “Con questa Enciclica Paolo VI – sulla scia del Vaticano II - dichiarò senza incertezze che l’esercizio responsabile della paternità è un valore obiettivo per le famiglie cristiane; e nel medesimo tempo ha indicato i modi adeguati per vivere questo valore, tenendo conto di tutte le dimensioni dell’esperienza dell’amore umano. È importante ricordare che in quegli anni molti ancora guardavano l’esercizio della regolazione delle nascite come, potremmo dire, una ‘benevola concessione’ alle coppie, piuttosto che come un valore positivo da perseguire. Allora era ancora molto presente nella vita della Chiesa un’enfasi sulla procreazione, intesa come un  fine primario del matrimonio, che ha per lungo tempo reso difficile una comprensione teologicamente equilibrata del matrimonio medesimo. Non a caso “Humanae Vitae” è proprio costruita sull’unità inscindibile: il significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale”. D – Il cammino che portò alla redazione di “Humanae Vitae” sappiamo fu lungo e complicato. Ma l’Enciclica merita ancora oggi di essere studiata e meglio compresa? R – “ Il tempo ha fatto giustizia di tante polemiche inutili e di tanti pregiudizi con i quali si guardò a Paolo VI, che gli causarono tra l’altro non poche sofferenze. È significativo che da allora, per dieci anni, fino alla sua morte, Paolo VI non pubblicò più nessuna Enciclica. Nel tempo è stato decisivo il contributo di San Giovanni Paolo II, che non solo ha difeso il cuore dell’insegnamento di “Humanae Vitae” ancora prima di diventare Papa; ma poi si è fatto carico di sviluppare un’ampia riflessione – penso in particolare alle catechesi sull’amore umano – che hanno mostrato tutta la ragionevolezza di quanto “Humanae Vitae” insegna, anche integrandola e dando un maggior rilievo ad alcuni temi che in “Humanae Vitae” sono appena accennati e un po’ sacrificati. E, certamente merita ancora di essere studiata e approfondita, almeno in due direzioni: da un lato, è necessario procedere a collocarla nel contesto di tutte le cose importantissime e feconde che la Chiesa in questi 50 anni ha detto su matrimonio e famiglia; credo che mai come in questi ultimi 50 anni la Chiesa si è impegnata su questi temi. Poi, dal punto di vista della ricerca storico-teologica, sarà molto utile poter ricostruire, esaminando la documentazione conservata presso alcuni archivi della Santa Sede, l’iter compositivo dell’Enciclica , che si è sviluppato con fasi distinte dal giugno 1966 alla sua pubblicazione, il 25 luglio 1968. Proprio in vista di questo prossimo cinquantesimo, ho avuto il permesso di iniziare queste ricerche di archivio, affiancato da alcuni autorevoli studiosi, i professori Sequeri, Maffeis e Chenaux. L’impressione iniziale è che sarà possibile mettere da parte molte letture parziali del testo. E soprattutto sarà più agevole cogliere le intenzioni e le preoccupazioni che hanno mosso Paolo VI, e che lo hanno portato con tante difficoltà ad arrivare a risolvere positivamente la questione . Va rimarcato che non fu sempre sostenuto come era doveroso in quegli anni: tutta la vicenda complicata della Pontificia Commissione, che lavorò dal 1963 al 1966, e che alla fine non riuscì a dargli quello che gli era utile per poter procedere ad elaborare l’Enciclica. Cosicché Paolo VI quasi ha dovuto re-iniziare da solo, con l’aggravante che in quegli anni c’era un’opinione pubblica ecclesiale non solo polarizzata tra favorevoli e contrari alla pillola, ma analoga contrapposizione era anche molto presente nella comunità dei teologi di allora” . D – Venendo al pontificato attuale di Francesco, quale filo rosso lega “Humanae  Vitae” all’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia”? R – “Il filo rosso è quello che, a partire da “Gaudium et Spes”, vede la Chiesa mettere al primo posto la cura del matrimonio e della famiglia , riconoscendo in queste realtà il luogo, direi, ‘principe’, ove la comunità cristiana è chiamata ad incontrare gli uomini del suo tempo, prendersi cura di tutto il loro umano ed offrire loro la novità dell’annuncio cristiano. In questo senso esiste una singolare continuità che va da Paolo VI a Francesco, passando per San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI”.  Scarica e ascolta l'intervista con don Gilfredo Marengo (Da Radio Vaticana)...
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Chiesa in uscita e parrocchia: prima evangelizzazione e carità strettamente legate. Saper valorizzare ciascuno

Vaticano News - 25 luglio 2017 - 7:24am
La Chiesa in uscita è una cifra importante nel pontificato di Papa Francesco. Ma che significa, in concreto, quando si parla di Chiesa in uscita in riferimento alla vita delle parrocchie? Nella trasmissione "Al di là della notizia" della Segreteria per la Comunicazione - Dipartimento della Radio, curata e condotta da Fabio Colagrande, si sono confrontati su questo tema don Antonio Mastantuono, docente di Teologia Pastorale alla Pontificia Università Lateranense e vice Assistente nazionale di Azione Cattolica, e Fabrizio Mastrofini giornalista e scrittore, autore del libro "7 Regole per una Parrocchia Felice" (Edizioni Dehoniane, 98 pagg., euro 9,50). Il libro di Fabrizio Mastrofini uscito nel novembre 2016 è appena andato in ristampa.  Dunque si parla di parrocchia. Clicca qui per ascoltare . Don Antonio Mastantuono sottolinea che oggi la parrocchia deve diventare sempre di più il perno dell'annuncio. da una parrocchia come centrale di erogazione dei sacramenti, occorre passare ad una parrocchia come centro e motore dell'annuncio cristiano. e dove le attività caritative che vengono svolte diventino segno stesso dell'annuncio, superando quindi il binomio evangelizzazione e promozione umana per una nuova visione pastorale integrata. Fabrizio Mastrofini sottolinea l'importanza delle relazioni in parrocchia. non si tratta di far funzionare bene le attività e le persone che collaborano con il parroco in nome di una "managerialità" fuori luogo. si tratta invece di capire le differenze individuali (nel libro c'è una parte molto sviluppata in questo senso) e comprendere in che modo affrontare gli inevitabili problemi che si creano quando persone diverse cercano di collaborare. Un ruolo preponderante e una grande responsabilità ce l'hanno i parroci nel saper organizzare persone ed attività e imparando a valorizzare l'apporto che ciascuno può fornire. Una grande orchestra dove si armonizzano elementi diversi. Sullo sfondo della trasmissione, condotta da Fabio Colagrande, le parole del Papa ripetute in diverse occasioni - un anno fa a Rio de Janeiro - ma anche nelle visite nelle parrocchie romane o nell'incontro con i parroci romani a inizio d'anno - sulla necessità di un atteggiamento positivo e di entusiasmo per trascinare i fedeli e la Chiesa nel rinnovamento pastorale che i tempi di oggi impongono....
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2017-07-25 - Vangelo di martedi'

Liturgia - 25 luglio 2017 - 12:00am
2 Cor 4, 7-15; Sal 125; Mt 20, 20-28. ||| In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
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2017-07-25 - Commento di martedi'

Liturgia - 25 luglio 2017 - 12:00am
Raccomandato ma Santo vero. ||| «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». È la madre dei due figli di Zebbedeo, soprannominati "Figli del tuono" che parla ed implora per loro un posto di privilegio nel futuro regno. Come ogni buona mamma aspira a vedere i suoi due figli al primo e al secondo posto nel "Regno". Dalla risposta di Gesù appare evidente che a sollecitare la raccomandazione sono stati gli stessi due suoi figli Giacomo e Giovanni. Del resto non erano estranei a simili discorsi neanche gli altri apostoli. Mentre il Signore sta preannunciando la sua prossima passione, sente i suoi che lo seguono discutere su chi di loro dovrà essere il primo. Dice loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Il divino maestro non indugia ad indicare di che trono si tratti e quale è la condizione per sedervi. Il suo regno non è di questo mondo e aggiunge che vuole essere il primo deve essere l'ultimo di tutto e il servo di tutti. Si tratta di bere il calice amaro della passione, di offrirsi in libagione come vittime. Gesù dinanzi a quella passione atroce invocò il Padre suo celeste: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».
Dovranno arrivare i giorni della passione, dello scandalo della croce, della fuga e della paura per comprendere che cosa significhi bere il calice. Sia Giacomo che Giovanni berranno allo stesso calice di Cristo e coroneranno con la palma del martirio la loro vita. Così ci si svela il vero valore della sofferenza e del martirio: è la partecipazione al sacrificio di Cristo, la condivisione di una crudeltà assurda che sgorga dal peccato per infliggere la morte, ma quella morte che ormai per la forza di Cristo ci conduce alla risurrezione.
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2017-07-25 - Santi di martedi'

Liturgia - 25 luglio 2017 - 12:00am
San Giacomo
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Il Papa prega per Charlie Gard. I genitori: non siamo riusciti a salvarti

Vaticano News - 24 luglio 2017 - 10:25pm
“Papa Francesco sta pregando per Charlie e per i suoi genitori e si sente particolarmente vicino a loro in questo momento di immensa sofferenza”. Lo ha dichiarato il direttore della Sala Stampa vaticana Greg Burke dopo la notizia che i genitori di Charlie Gard hanno rinunciato alla richiesta di portarlo negli Stati Uniti per sottoporlo alle cure sperimentali. La parola fine alla battaglia legale è stata annunciata dal papà e dalla mamma del bimbo di 11 mesi, affetto da una rara malattia genetica, ieri pomeriggio durante l’udienza presso l’Alta Corte di Londra. “Il Santo Padre chiede di unirci in preghiera perché possano trovare la consolazione e l’amore di Dio”, ha aggiunto Burke. "Passeremo questi ultimi giorni vicino a Charlie che purtroppo non potrà compiere il suo primo anno di vita, cosa che sarebbe accaduta tra due settimane. Siamo profondamente dispiaciuti per non essere riusciti a salvarti, ma ti amiamo moltissimo e continueremo a farlo in futuro", hanno detto  Chris e Connie, fra le lacrime, leggendo una dichiarazione che ripercorre e spiega la vicenda . Una vicenda che ha mosso e commosso il mondo, con tanti interventi - tra i quali quello di Papa Francesco - manifestazioni sui Social e nelle Piazze , preghiere   perché a Charlie venisse data una chance . Lo stesso cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, dai nostri microfoni, venerdì scorso, aveva ribadito che non esiste vita che non sia degna di essere vissuta, in riferimento alla vicenda del piccolo. Tanti gli interventi anche dei politici, fra cui il presidente americano Donald Trump. La settimana passata lo stesso Congresso statunitense aveva concesso al piccolo e alla sua famiglia la "residenza permanente" negli Usa.  Ora i genitori hanno deciso, dunque, di interrompere la battaglia legale. In questi mesi hanno cercato disperatamente di salvare il loro bimbo: volevano tentare una cura sperimentale negli Stati Uniti ma i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra si erano opposti e l’Alta Corte, accogliendo la richiesta dell'ospedale, aveva dato il via libera al distacco delle macchine: una sentenza convalidata nei mesi scorsi da altre due Corti britanniche e dalla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. Quindi il papà e la mamma si erano rivolti ancora una volta al Tribunale per far valutare la possibilità di applicare al bambino il protocollo sperimentale di un gruppo internazionale di esperti coordinati dall'ospedale pediatrico Bambino Gesù. Alcuni di loro la scorsa settimana hanno visitato il bimbo. Per i genitori, troppo tempo è stato perso nelle aule di tribunale. Il deterioramento "dei muscoli è risultato irreversibile", evidenziano. "Il team americano e quello italiano volevano trattare Charlie dopo aver visto l'ultima risonanza magnetica e l'elettroencefalogramma. Il bimbo non era in morte cerebrale". E ancora adesso risponde ai nostri stimoli, dicono i genitori. Ma è il danno muscolare a essere troppo avanzato, spiegano. C'è una ragione semplice per la  quale i muscoli di Charlie si sono deteriorati tanto - dicono i genitori - ed è il tempo . Charlie avrebbe potuto vivere una vita normale, ha detto la madre all’udienza, se fosse stato consentito prima alla famiglia di sottoporlo alle cure. E da tutto il mondo, intanto, si leva commozione, preghiera e affetto per il piccolo Charlie Gard e la sua famiglia . Anche i Vescovi d'Inghilterra e del Galles esprimono la loro compassione e assicurano preghiere. Da parte sua il giudice ha confermato il suo verdetto precedente dell'11 aprile scorso: “è nel migliore interesse di Charlie morire”. E sostiene che l'ospedale si è comportato in modo corretto. I genitori hanno deciso, intanto, di creare una fondazione per altri malati di patologie mitocondriali perché i trattamenti siano tempestivi. E ora, hanno concluso, "è tempo che Charlie vada e che stia con gli angeli".  Ascolta e scarica il podcast:  Ultimo aggiornamento martedì 25 luglio ore 11.20 (Da Radio Vaticana)...
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P. Czerny: integrare i migranti e garantire sviluppo in patria

Vaticano News - 24 luglio 2017 - 8:39pm
Ci sono profondi legami fra migrazione e sviluppo, che si possono vedere nella rottura di molti pilastri dello sviluppo sostenibile che hanno costretto milioni di persone a spostarsi , e cioè nella povertà endemica, nella fame, nella violenza, nell'insufficienza di lavoro, nell'ambiente, nelle istituzioni deboli e corrotte e così in tante altre aree che vengono trattate congiuntamente nell'Agenda per lo sviluppo sostenibile del 2030. Lo mette in evidenza padre Michael Czerny, sottosegretario della Sezione per i Migranti e i Rifugiati del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale , alla Sessione tematica dedicata allo sviluppo del Global Compact on Migration. L’incontro si tiene oggi e domani nella sede dell’Onu a New York sul tema: “I contributi dei migranti e della diaspora a tutte gli aspetti dello sviluppo sostenibile, comprese le rimesse e trasferibilità dei guadagni”. Il punto di partenza della riflessione di padre Czerny è “il diritto di rimanere nella propria patria in dignità, pace e sicurezza”. “Nessuno - afferma -  dovrebbe mai essere costretto a lasciare la propria casa per mancanza di sviluppo o di pace”. Pertanto la comunità internazionale è chiamata a “garantire lo sviluppo umano sostenibile e integrale di tutte le persone nel loro luogo di origine e a consentire loro di diventare agenti attivi del proprio sviluppo”. In questo senso è di aiuto riconoscere anche i “costi” sociali ed economici che la migrazione significa per un Paese. “È assicurando le condizioni per l'esercizio del diritto di rimanere, quindi, che si rende la migrazione una scelta, non una necessità”, sottolinea padre Czerny. Sono la povertà e la mancanza di prospettive che spingono spesso così tante persone a migrare e spesso sono i giovani, i talenti. Rischiano la vita attraversando il Mediterraneo e molti mari del mondo alla ricerca di una vita migliore o almeno di condizioni minime. Sembra essere certamente un momento di perdita netta per i loro Paesi. Se diventi un guadagno per loro, dipende dalla misura in cui sono accolti e integrati, sottolinea padre Czerny richiamandosi a Papa Francesco. Dipende, prosegue, dal fatto che siano aiutati a passare da oggetti di cure urgenti a soggetti dignitosi del proprio sviluppo. Q uindi, i migranti devono essere ricevuti come esseri umani con pieno rispetto dei loro diritti , protetti da ogni forma di sfruttamento e le comunità che li ricevono devono ricevere un'adeguata assistenza per integrarli, in modo che non si lascino indietro i poveri locali. Un modo per farlo, spiega padre Czerny, è l'adozione di politiche di sviluppo e donazione che mettono da parte una percentuale dell'assistenza diretta fornita ai migranti per le infrastrutture locali e per le comunità locali che presentano svantaggi economici. “Ciò contribuirà a fornire le condizioni necessarie per una reale sostenibilità”. Allo stesso modo, “i migranti hanno la responsabilità di rispettare i valori, le tradizioni e le leggi della comunità che li accompagna”, evidenzia.  In conclusione, padre Czerny si richiama ancora a Papa Francesco che ha sottolineato il collegamento tra migrazione e sviluppo , il mese scorso, quando ha dichiarato che la presenza di tanti fratelli e sorelle che sperimentano la tragedia dell'immigrazione è un'occasione per la crescita umana, l'incontro e il dialogo tra le culture in vista della promozione della pace tra i popoli. Tale fraternità e solidarietà portano a società pacifiche e inclusive che promuovono lo sviluppo sostenibile per il quale la comunità internazionale si impegna decisamente. (D.D.) (Da Radio Vaticana)...
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